
Secoli di pirati e corsari nel mare delle Eolie
Ci fu un tempo in cui, alle Eolie, una vela all’orizzonte poteva cambiare una giornata.
Qualcuno la vedeva per primo dall’alto.
Una sagoma lontana sul mare. Una vela che avanzava lentamente, oppure un’imbarcazione ferma sotto costa.
Non c’erano telefoni, radio o sirene.
C’era il fuoco.
Di giorno una fumata. Di notte una fiamma accesa sulla montagna.
Da un’isola all’altra il segnale correva attraverso il mare.
A Stromboli i corsari barbareschipotevano gettare l’ancora sotto il vulcano e aspettare il passaggio delle navi cristiane. Pietro Campis lo avrebbe scritto alla fine del Seicento.
A Lipari qualcuno osservava i segnali.
Quante erano le barche?
Che tipo di imbarcazioni?
Dove stavano andando?
Poi, qualche volta, le filuche prendevano il mare.
Ma non sempre gli Eoliani erano quelli che aspettavano il nemico.
Perché questa storia ha due facce.
Gli uomini delle isole furono rapiti, portati via, venduti come schiavi. Ad Alicudi e Filicudi, ancora alla fine del Settecento, Lazzaro Spallanzani raccoglieva il ricordo di case costruite lontano dalla marina proprio per sfuggire alle incursioni.
Ma gli Eoliani sapevano anche combattere.
E qualche volta erano loro a inseguire una nave, catturare uomini, prendere un carico.
Qualche volta avevano perfino una patente firmata da un governo che permetteva loro di farlo.
Corsari.
Pirati, li avremmo chiamati spesso noi.
Il confine poteva diventare sottile.
Il mare era lo stesso.
Da una parte Stromboli, con il vulcano acceso nella notte.
Dall’altra Lipari, le sue barche e i suoi uomini.
Più lontano la Calabria, Napoli, Messina, la Sicilia, Tunisi.
Le Eolie non erano sette isole perdute in mezzo al Mediterraneo.
Erano nel mezzo del Mediterraneo.
Ma quanto c’è di vero?
Quella raccontata fin qui non è una leggendacostruita dopo.
Fumate, fuochi, corsari, schiavi e barche armate compaiono nei testi antichi, nei racconti dei viaggiatori e nei documenti d’archivio. Ed è da quelle fonti che possiamo ricostruire una delle pagine meno conosciute della storia delle Isole Eolie.
Spallanzani: perché si viveva così lontano dal mare?


Alla fine del Settecento Lazzaro Spallanzani attraversò le Isole Eolie per i suoi studi naturalistici.
Lazzaro Spallanzani (1729-1799) fu uno dei più importanti naturalisti e scienziati italiani del Settecento, professore all’Università di Pavia e grande osservatore del mondo naturale. Viaggiò a lungo per studiare vulcani, rocce, animali e fenomeni naturali e nel 1788 raggiunse anche le Isole Eolie.
Le sue osservazioni confluirono nei Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell’Appennino, dove, accanto agli studi scientifici, annotò anche usi, racconti e testimonianze degli abitanti delle isole.
Quando arrivò ad Alicudi e Filicudi notò qualcosa che lo incuriosì.
Le abitazioni non erano concentrate nella parte bassa delle isole, vicino al mare, dove sarebbe stato certamente più facile vivere, sbarcare le merci e raggiungere le barche. Molte case si trovavano invece molto più in alto, lungo pendii ripidi e faticosi.
Spallanzani domandò agli abitanti e ai parroci perché i loro antenati avessero scelto luoghi tanto scomodi.
La risposta lo portò dentro un’altra storia delle Eolie.
Scrisse che Alicudi e Filicudi erano state:
«grandemente infestate da’ Turchi, massimamente tunisini».
Secondo quanto gli raccontarono gli isolani, durante la notte quelle imbarcazioni raggiungevano la costa; gli uomini sbarcavano e sorprendevano chi dormiva nelle case della marina, portando via persone e beni.
Fu per questo, racconta Spallanzani, che gli abitanti delle generazioni precedenti avevano preferito costruire le proprie case più in alto, dove il pericolo era minore.
Ma il passaggio più impressionante viene subito dopo.
Una sentinella che veglia notte e dì
Spallanzani non sta parlando soltanto di una paura ormai appartenente al passato. Scrive che anche ai suoi tempi le Eolie ricevevano ancora occasionalmente quelle visite e che, proprio per questo, sulla Montagna della Guardia di Lipari si manteneva:
«una sentinella che veglia notte e dì».
Le imbarcazioni barbaresche potevano nascondersi dietro una rupe, un promontorio o una punta di terra e aspettare che passasse un piccolo bastimento. Poi uscivano rapidamente e gli si lanciavano addosso come, scrive Spallanzani:
«velocissimi girifalchi».
E infine racconta una cosa personale.
Durante le sue navigazioni intorno alle Eolie, anche lui aveva avuto paura che una di quelle barche potesse catturarlo e portarlo sulle coste africane.


Stromboli: i corsari gettavano l’ancora sotto il vulcano
Quasi un secolo prima di Spallanzani, nel 1694, Pietro Campis aveva lasciato una descrizione ancora più straordinaria.
Pietro Campis fu un erudito e storico eoliano del Seicento. Nel 1694 compose il Disegno historico o siano l’abbozzate historie della nobile e fidelissima Città di Lipari, un vasto manoscritto dedicato alla storia, ai luoghi, alle tradizioni e alla vita delle Isole Eolie.
L’opera è particolarmente preziosa perché Campis scrive alla fine del Seicento e conserva notizie, racconti e descrizioni molto vicine al suo tempo, tra cui quelle sui corsari che frequentavano le acque di Stromboli e sul sistema di avvistamento con fumate di giorno e fuochi di notte.
Nel suo Disegno historico, parlando di Stromboli — che chiama Strongoli — racconta che l’isola serviva da ricovero alle imbarcazioni che navigavano nel Tirreno.
Ma tra quelle imbarcazioni c’erano anche i corsari.
Campis scrive:
«Qui pur anco i barbari corsari costumano allo spesso di gettare le loro ancore».
Si fermavano presso Stromboli, riposavano e potevano attendere il passaggio delle navi cristiane lungo una rotta molto frequentata.
Lipari, però, aveva organizzato un sistema di sorveglianza.
Fumate di giorno, fuochi di notte
Uomini stipendiati venivano posti sulle alture delle isole. Osservavano il mare e comunicavano ciò che vedevano attraverso un vero e proprio codice.
Campis descrive questo sistema spiegando che, attraverso fumate di giorno e fuochi accesi di notte, le vedette potevano segnalare quante imbarcazioni fossero state avvistate, di che tipo fossero e dove si dirigessero o si fermassero. Precisa inoltre che la città manteneva continuamente un uomo di guardia:
«sopra un alto monte vicino e predominante alla medesima»
L’INGV ha ripreso proprio questo passo di Campis, ricordando quel sistema come una delle più antiche forme di comunicazione e allarme utilizzate sulle alture delle Eolie contro il pericolo delle navi pirata. Nello stesso studio viene citato ancheMonte Guardiacome antico punto di osservazione collegato alle vedette delle altre isole.
Quasi un secolo dopo, Lazzaro Spallanzani ci dà un’indicazione ancora più precisa e nomina direttamente laMontagna della Guardia di Lipari:
«Tuttavia giova del continuo stare all’erta; e giusto per tal fine su la Montagna della Guardia di Lipari si mantiene una sentinella che veglia notte e dì.»
È facile immaginare la scena.
Una vela compare davanti a Stromboli.
Qualcuno la osserva dall’alto.
Una fumata sale dalla montagna.
A Lipari un’altra vedetta vede il segnale e ne comprende il significato.
Di notte, al posto del fumo, si accende il fuoco.

Ma quei fuochi servivano ai pirati eoliani?
Campis racconta che dalle alture venivano controllate le imbarcazioni che si muovevano nel mare eoliano. Quando descrive ciò che accadeva dopo l’avvistamento, però, parla in modo preciso deilegni barbareschi.
Racconta anche che, in alcune occasioni, le semplici filuche liparote— piccole e veloci imbarcazioni a vela e a remi, oggi chiamate più comunemente feluche — riuscivano ad avere la meglio su brigantini e galiotte più grandi, facendo prigionieri e conquistando prede.
In questo racconto, quindi, le fumate di giorno e i fuochi di notte appaiono soprattutto come parte di un sistema di sorveglianza, allarme e difesa contro i corsari barbareschi.
Campis non racconta, in questo passo, che quelle stesse vedette servissero a individuare navi mercantili da assalire.
Ma questo non significa che gli Eoliani fossero estranei alla guerra di corsa o alla pirateria.
Altre fonti mostrano che la praticavano davvero, e in alcuni momenti in modo organizzato e a volte anche autorizzato.
Gli Eoliani corsari: una storia molto più antica
La storia risale addirittura all’antichità.
Nel IV secolo a.C., dopo la conquista di Veio, Roma inviò a Delfi un’ambasceria con un’offerta d’oro destinata ad Apollo. Nei pressi dello Stretto la nave venne intercettata dai Liparoti.
Non possediamo una cronaca contemporanea dell’episodio, ma il fatto è raccontato da diversi autori dell’antichità, tra cui Tito Livio e Diodoro Siculo.
Tito Livio, nel quinto libro dell’Ab Urbe Condita, scrive:
«haud procul freto Siculo a piratis Liparensium excepti devehuntur Liparas. Mos erat civitatis velut publico latrocinio partam praedam dividere».
Ovvero:
«Non lontano dallo Stretto di Sicilia furono catturati dai pirati di Lipari e condotti a Lipari. Era costume della città dividere la preda ottenuta come attraverso una sorta di pubblico brigantaggio».
È un passaggio importante, perché Livio non descrive soltanto un assalto occasionale: presenta la spartizione delle prede come una consuetudine della comunità di Lipari.
A fermare l’azione fu Timasiteo, che ricopriva allora la più alta magistratura di Lipari. Quando seppe che gli uomini catturati erano ambasciatori romani e che il dono era destinato ad Apollo, convinse i suoi concittadini a restituire quanto era stato preso e fece scortare la nave fino a Delfi.
Anche Diodoro Siculo racconta che gli ambasciatori caddero nelle mani dei pirati delle Lipari e che Timasiteo li liberò, restituì loro l’offerta e li lasciò proseguire.
Secoli dopo, l’Enciclopedia Italiana, confrontando Livio, Diodoro, Plutarco, Giustino e Valerio Massimo, osservò che l’episodio testimonia come nel IV secolo a.C. i Liparoti esercitassero ancora la pirateria.


Nel Seicento Lipari compare con forza nella guerra di corsa siciliana
Nello studioI Siciliani e la guerra di corsa, Rocco Gianni ha raccolto numerosi documenti archivistici relativi all’attività corsara siciliana nel XVII secolo.
Nel prospetto delle provenienze da lui ricostruito compaiono31 presenze riferite a Lipari, a fronte, per esempio, di 35 trapanesi, 5 palermitane e 3 messinesi.
Non significa necessariamente che quelli siano tutti i corsari esistiti a Lipari: significa che sono le presenze che lo studioso ha potuto ricavare dal complesso delle fonti archivistiche utilizzate.
È un dato importante.
Perché ci dice che nel Seicento Lipari non era affatto marginale nel fenomeno della corsa siciliana.
Feluche, brigantini, tartane e galeotte
E le imbarcazioni utilizzate erano proprio quelle che ritroveremo continuamente nella storia marittima eoliana:feluche, brigantini, tartane e galeotte, ognuna con caratteristiche diverse.
Lefelucheerano imbarcazioni mediterranee leggere, basse sull’acqua, veloci e molto manovrabili, generalmente armate con vele latine. Proprio per queste caratteristiche erano adatte ai collegamenti rapidi, alla sorveglianza e alla guerra di corsa.
Ibrigantini, nell’età moderna, potevano essere piccoli bastimenti a vela e a remi, agili e con poco pescaggio, particolarmente adatti alla corsa. Solo successivamente il termine indicò soprattutto il veliero a due alberi che conosciamo dalle classificazioni nautiche più moderne.
Letartaneerano piccoli velieri mediterranei utilizzati soprattutto per il trasporto delle merci e per i collegamenti tra porti vicini lungo le coste.
Legaleotte, infine, appartenevano alla famiglia delle galee: erano più piccole e leggere, mosse principalmente a remi ma dotate anche di vela, armate e pensate soprattutto per la guerra. La loro velocità e la possibilità di muoversi anche in assenza di vento le rendevano particolarmente efficaci negli assalti e negli inseguimenti.



1672: il Vascelluzzo, tra miracolo e pirateria
Nel1672 Lipari attraversò una grave carestia.
Pietro Campis, che scrive nel 1694, appena ventidue anni dopo quei fatti, introduce il racconto con parole molto forti:
«L’anno 1672 patì Lipari una lacrimosa carestia…»
Secondo Campis, un vascello francese carico di frumento e diretto a Messina, sospinto dal maltempo, giunse nelle acque di Lipari proprio alla vigilia della festa di San Bartolomeo.
Gli isolani interpretarono quell’arrivo come un segno della protezione del loro patrono.
Campis conclude:
«onde, comprato tutto quel grano, si rimediò alle communi miserie».
Nella sua versione, dunque, il grano fu comprato dai Liparoti.
Quella memoria religiosa è arrivata fino ai nostri giorni. Il Museo Diocesano di Lipari, ricostruendo la storia della diocesi, ricorda infatti che durante la tremenda carestia del 1672:
«giunse provvidenzialmente a Lipari un vascello carico di frumento»
e che i Liparoti attribuirono quanto accaduto alla miracolosa intercessione di San Bartolomeo.
La stessa fonte ricorda che quell’evento sarebbe stato commemorato nel 1930 con la realizzazione del Vascelluzzo, il reliquiario a forma di nave in oro e argento che conserva una reliquia del Santo Apostolo.

L’altra lettura: un autentico atto di pirateria
Esiste però anche un’altra lettura.
Lo storico eolianoDott. Giuseppe Iacolinopropone una diversa interpretazione storica dell’episodio. Nel suo scritto dedicato al Vascelluzzo, invita a leggere quella vicenda anche da un’altra prospettiva e definisce quanto accaduto:
«un autentico atto di pirateria».
Secondo Iacolino, i Liparoti, costretti dalla fame, si sarebbero impadroniti del carico.
Lo storico aggiunge però una considerazione particolarmente interessante: anche un pane ottenuto in quel modo poteva essere considerato comunque grazia di Dio da una popolazione affamata.
Ci troviamo così davanti a due letture molto diverse dello stesso episodio.
Campis, vicino cronologicamente ai fatti, parla dell’acquisto del grano e del patrocinio di San Bartolomeo; la tradizione della Chiesa liparota continua a ricordare quell’arrivo come provvidenziale; Iacolino, secoli dopo, propone invece una ricostruzione storica che parla apertamente di pirateria.
Ma forse, nella devozione degli Eoliani, queste interpretazioni non devono necessariamente escludersi.
Anche se il carico fosse stato preso con la forza, per una comunità stremata dalla fame la protezione di San Bartolomeo poteva essere riconosciuta ugualmente nel fatto che quel grano fosse arrivato proprio in quel momento.
San Bartolomeo poteva continuare a essere sentito come il protettore di Lipari anche dentro una vicenda dura, fatta di mare, fame e necessità di sopravvivere.
Forse, per gli isolani, il miracolo non stava soltanto nel modo in cui quel grano era arrivato nelle loro mani, ma nel fatto che fosse arrivato quando Lipari ne aveva disperatamente bisogno.

1714: Giuseppe Casella e Giuseppe Cundo, corsari di Lipari
Pochi decenni più tardi lasciamo invece il terreno delle interpretazioni e troviamo nomi, imbarcazioni e vere patenti di corsa.
Il 17 aprile 1714, durante il periodo sabaudo della Sicilia, furono concesse autorizzazioni alla guerra di corsa aiLiparoti Giuseppe Casella e Giuseppe Cundo.
Le ricerche dello storico Giuseppe Bonaffini documentano che disponevano di unafiluca longa— una feluca lunga — ed erano autorizzati a prendere il mare contro navigli musulmani.
Prima della partenza dovevano impegnarsi davanti alla Corte Capitanale di Lipari a rispettare i limiti della patente: non potevano attaccare soggetti diversi da quelli autorizzati e le eventuali prede dovevano essere condotte nei porti del Regno e sottoposte al controllo delle autorità.
Questo era il significato preciso della guerra di corsa.
Non un assalto clandestino compiuto da uomini fuori legge, ma un’attività armata autorizzata da un governo.
Il confine con la pirateria, però, poteva diventare molto sottile quando venivano violati trattati, tregue o limiti delle patenti.
Giuridicamente la differenza rimaneva fondamentale: il corsaro disponeva di un’autorizzazione; il pirata agiva senza di essa.


1718: Pino La Greca – Lipari trasformata in una base corsara
Nel suo studioLipari nella guerra di Sicilia del 1718-1720, pubblicato nel 2020 sulla rivistaHumanitiesdell’Università degli Studi di Messina, ilProf. Giuseppe “Pino” La Grecaricostruisce uno dei momenti meno conosciuti e più interessanti della storia eoliana.
Alla fine della guerra di successione spagnola, la Sicilia era passata a Vittorio Amedeo II di Savoia.
Nel 1718 Filippo V di Spagna tentò però di riconquistarla, aprendo una nuova fase di guerra che coinvolse anche l’Austria e la Gran Bretagna e che finì per investire direttamente lo Stretto di Messina e le Isole Eolie.
In quel momento Lipari scelse di schierarsi nuovamente dalla parte spagnola.
Una scelta che aveva radici profonde.
La Greca ricorda infatti che, fin dalla guerra del Vespro, marinai e navi di Lipari avevano prestato servizio nelle flotte aragonesi, armando galee e fornendo equipaggi anche alla galea reale di Alfonso il Magnanimo e dei suoi successori.
Due uomini di Lipari,Betto du Principato e Lancio di Sergio, erano arrivati perfino alla carica di ammiraglio.
Non si trattava dunque di un rapporto occasionale.
Per secoli la marineria eoliana aveva servito le corone aragonesi e poi spagnole, e La Greca ricorda anche gli ampi privilegi concessi agli abitanti delle Eolie, comprese importanti esenzioni fiscali.
Quando nel 1718 la Spagna tornò in Sicilia, quindi, la scelta di Lipari si inseriva dentro una memoria politica, militare e marinara molto più antica.
Lipari diventa una base per la guerra corsara
Ed è a questo punto che il professor La Greca scrive:
«Da quel momento Lipari si trasforma in una base per le azioni di guerra corsara da parte dei liparoti verso il naviglio napoletano.»
Con l’espressione “naviglio napoletano” si indicavano le navi e le imbarcazioni appartenenti o legate al Regno di Napoli, che in quel momento si trovava nello schieramento opposto alla Spagna.
I Liparoti armarono diversi legni corsari e iniziarono a colpire il traffico avversario, in particolare quello napoletano e austriaco.
E anche questa, osserva La Greca, non era un’esperienza completamente nuova: già durante la precedente guerra di successione spagnola gli Eoliani si erano distinti nella guerra di corsa, spingendo le loro azioni fino al golfo di Napoli.
La posizione geografica delle Eolie rendeva Lipari particolarmente adatta a questo tipo di guerra.
Le imbarcazioni leggere potevano muoversi rapidamente tra la Calabria, lo Stretto di Messina e il Tirreno, intercettando viveri, provviste e altri rifornimenti destinati alle truppe nemiche.
La Greca cita a questo proposito anche una fonte britannica, la Biographia Navalis. Da quel resoconto emerge che l’attività delle imbarcazioni di Lipari stava creando problemi ai rifornimenti delle truppe imperiali.
La situazione divenne tanto importante da spingere l’ammiraglio britannico Sir George Byng a inviare il capitano Walton con una squadra navale nella zona di Messina, incaricata di proteggere i vascelli che trasportavano le provviste.
Le piccole imbarcazioni corsare delle Eolie erano quindi entrate dentro una guerra molto più grande di loro, nella quale si confrontavano alcune delle principali potenze europee.
La tensione aumentò ancora nell’ottobre del 1718, quando, dopo alcune catture compiute dai corsari liparoti, venne organizzato un nuovo blocco navale contro l’isola.
I Giurati di Lipari prepararono allora la milizia e le difese cittadine in previsione di un possibile sbarco.
Per un periodo, quindi, Lipari non fu soltanto un’isola da difendere.
Divenne una base dalla quale gli Eoliani conducevano direttamente la guerra sul mare.



Vulcano, 1731: questa volta i prigionieri sono tunisini
Pochi anni dopo troviamo un episodio ancora più duro.
L’Archivio di Stato di Palermo conserva nellaReal Segreteria, Incartamenti, Rappresentanze di Palermo, busta 233un fascicolo relativo a fatti accaduti tra il 1731 e il 1732.
Tra le carte figurano una lettera del console del Regno di Sicilia a Tunisi, Simone Pilarino, datata 12 dicembre 1731, e una dichiarazione dei Giurati della città di Lipari del 4 aprile 1732.
Secondo quel sunto, nel febbraio del 1731 quattroimbarcazioni liparote, indicate nei documenti come feluche o tartane, depredarono una nave tunisina nei pressi di Vulcano.
I dieci uomini dell’equipaggio furono catturati, ridotti in schiavitù e venduti a Messina.
Il capitano tunisino, Rais Mustafà Ali, venne successivamente riscattato e poté tornare a Tunisi.
Ma in quel momento era in vigore una tregua tra il Regno di Sicilia e la Reggenza di Tunisi che vietava proprio di ridurre in schiavitù gli equipaggi nemici.
Quando Rais Mustafà Ali tornò in Africa e raccontò quanto era accaduto, la vicenda provocò una fortissima reazione.
Secondo la scheda dell’Archivio di Stato, si arrivò a temere una vasta spedizione marittima contro le coste siciliane.
L’intervento diplomatico siciliano evitò l’azione militare a condizione che i prigionieri fossero liberati.
Questo episodio è prezioso perché rovescia completamente l’immagine abituale.
Questa volta non sono uomini arrivati dalla Barberia a catturare gli Eoliani.
Sono quattro imbarcazioni liparote che, vicino a Vulcano, assalgono una nave tunisina e vendono il suo equipaggio come schiavo.
E proprio perché esisteva una tregua, il caso ci mostra quanto il confine fra guerra di corsa, violazione delle regole e pirateria potesse diventare sottile.

Barbarossa e il sacco di Lipari del 1544
Nel1544Lipari visse uno degli episodi più traumatici della sua storia moderna.
Ariadeno, o Hayreddin, Barbarossa non era in quel momento un semplice avventuriero del mare.
Era il grande ammiraglio della flotta ottomana e la sua spedizione rientrava nella guerra che vedeva l’Impero ottomano di Solimano il Magnifico e la Francia di Francesco I schierati contro Carlo V.
La flotta ottomana aveva trascorso l’inverno a Tolone e, durante il viaggio di ritorno verso Costantinopoli, colpì diverse località delle coste italiane.
Tra queste c’era Lipari.
Di ciò che accadde possediamo una testimonianza particolarmente preziosa.
Jérôme Maurand, testimone dell’assedio
Jérôme Maurand, sacerdote e umanista provenzale, viaggiava sulla galea franceseRéaleal seguito dell’ambasciatore Antoine Escalin des Aimars.
Era quindi presente insieme alla flotta che accompagnava Barbarossa nel viaggio verso Costantinopoli.
Di quell’esperienza lasciò unItinerario da Antibes a Costantinopoli, corredato anche da disegni dei luoghi incontrati.
Tra questi compare la stessa Lipari.

Maurand racconta l’arrivo della flotta:
«II primo dil mese di julio, l’armata nel far dil giorno gionse tra l’insula de Lipari et di Volcanno, et quivi dete fondo. Questa insula de Lipari è insula asay grande, habitata, dove è sedia episcopale. La cità è fortissima e li borgui grandi. A judicio mio, inanti che fuse disfata da Turchi, vi erano tra la cità e li borgui 2,000 case.»
Il primo luglio, sul far del giorno, la flotta arrivò tra Lipari e Vulcano e lì gettò l’ancora.
Maurand descrive Lipari come un’isola grande e abitata, sede vescovile, e definisce la città«fortissima», con grandi borghi.
La forza della città dipendeva anche dalla sua posizione.
Maurand scrive che Lipari era posta:
«sopra de un balzo di roche attorno attorno»
e aggiunge che, oltre ad essere naturalmente forte per il sito, era:
«circondata di bellissimi muri et fortissimi beroardi, sive bastioni fatti di pedre et calsina».
La città sorgeva dunque sulla rocca ed era protetta da mura e possenti bastioni.
Nel suo manoscritto Maurand lasciò anche una veduta di Lipari, sulla quale rappresentò la città fortificata e la zona dalla quale venne disposta l’artiglieria ottomana.
Apagina 114dell’Itinerarioracconta che, durante la notte, furono fatti sbarcare:
«tra canon grossi et colobrine, in numero pese 16»
e che quei sedici pezzi vennero:
«piantate a canto del monastero, qualle è nel monticello del principio del borgo, et sta de dirretto per contra dil forte de la cità Liparitana».
Erano quindisedici pezzi tra grossi cannoni e colubrine, collocati presso il monastero sul monticello all’inizio del borgo, proprio di fronte alla fortezza di Lipari.
Maurand torna sull’argomento apagina 130, specificando che l’artiglieria posta davanti al forte e utilizzata per battere continuamente la città era composta da:
«canoni et colobrine grosse di bronso pesso 16».
I sedici cannoni contro Lipari
Sedici cannoni e grosse colubrine di bronzomartellarono dunque la città durante l’assedio.
Maurand assistette anche a ciò che accadde agli abitanti dopo la caduta di Lipari.
Nel suo italiano cinquecentesco scrisse:
«il veder tanti poveri cristiani et maxime tanti puti et putine causava una grandissima pietà».
Vedere tanti cristiani, e soprattutto tanti bambini e bambine, gli provocava una grandissima pietà.
Sono poche parole, ma restituiscono qualcosa che le cifre da sole non possono raccontare.
Uomini, donne e bambini vennero condotti verso le navi e le galere per essere portati via in schiavitù.
La schiavitù sarebbe rimasta a lungo legata alla storia delle Eolie.
IlProf. Ettore Barnao, nel suoAppunti per servire alla storia di Stromboli, ha raccolto e studiato documenti e lettere di cristiani prigionieri in Barberia, dedicando una parte importante del suo lavoro proprio alla pirateria e alla schiavitù nelle Eolie del Cinquecento.
Quelle lettere ci porteranno più avanti anche a Stromboli, che nelle fonti di quel periodo compare non soltanto come isola lungo le rotte dei corsari, ma anche come luogo legato al traffico degli schiavi.
Lipari resistette, ma venne infine assediata, saccheggiata e incendiata.
Una parte molto consistente della popolazione fu catturata e deportata.
Sui numeri esatti tramandati dalle cronache esistono versioni differenti.
Quello che emerge con chiarezza dalle testimonianze è la dimensione del trauma lasciato dal sacco del 1544.
Gli studi diGiuseppe Restifohanno ricostruito quell’episodio dentro il più vasto scenario delle guerre mediterranee del Cinquecento, quando anche una piccola isola come Lipari poteva ritrovarsi improvvisamente nel mezzo dello scontro tra alcune delle maggiori potenze del tempo.
Ma il ricordo di Barbarossa non rimase soltanto nei documenti.
Quasi trecento anni dopo era ancora vivo.



Nel 1835 Alexandre Dumas arrivò alle Isole Eolie: Barbarossa sembrava passato il giorno prima
Nel 1835Alexandre Dumas, allora trentatreenne, arrivò alle Isole Eolie durante uno dei suoi lunghi viaggi in Italia.
Era già uno scrittore e drammaturgo affermato in Francia, ma i romanzi che lo avrebbero reso celebre in tutto il mondo dovevano ancora arrivare.I tre moschettierisarebbe stato pubblicato nel 1844, mentreIl conte di Montecristoiniziò a uscire a puntate nello stesso anno e proseguì fino al 1846.
Dumas appartiene a quella stagione straordinaria della letteratura ottocentesca in cui viaggio, avventura, storia e racconto si mescolano continuamente. Alle Eolie viaggiò a bordo di unasperonara, accompagnato dal pittoreLouis-Godefroy Jadin. La speronara era una piccola imbarcazione mediterranea a vela e a remi, adatta ai collegamenti costieri, al trasporto di persone e merci e alle navigazioni tra le isole. Quella utilizzata da Dumas era leggera e veloce, aveva anche una piccola cabina ed era spinta, quando serviva, da quattro rematori.
Con quella barca Dumas attraversò l’arcipelago, passando da Alicudi a Lipari, Vulcano, Panarea, Lisca Bianca e Stromboli. Gli appunti e i ricordi di quel viaggio confluirono poi nelCapitaine Aréna, pubblicato nel 1842.
È difficile, leggendo queste pagine, non pensare al mondo che pochi anni dopo entrerà neIl conte di Montecristo: il Mediterraneo, le piccole isole, le imbarcazioni, i contrabbandieri, le coste osservate dal mare, gli approdi e quel continuo passaggio tra luoghi reali e avventura. Nel romanzo, naturalmente, l’isola di Montecristo è un altro luogo e la storia nasce da fonti e suggestioni diverse;non abbiamo una prova che il viaggio alle Eolie abbia ispirato direttamente il libro.
Ma la cronologia rende il confronto suggestivo: Dumas attraversa le Eolie nel 1835, pubblicaLe Capitaine Arénanel 1842 e soltanto dal 1844 comincia la pubblicazione deIl conte di Montecristo. Nel romanzo ritroveremo proprio un Mediterraneo percorso da bastimenti, corsari e contrabbandieri, con isole isolate utilizzate come rifugio e punto d’approdo.
Quindi possiamo almeno immaginare che anche quei giorni trascorsi tra Lipari, Vulcano, Panarea e Stromboli abbiano contribuito ad alimentare quell’immenso patrimonio di immagini, paesaggi e storie di mare da cui Dumas avrebbe continuato ad attingere negli anni successivi.

Dumas e la memoria di Barbarossa
Quando descrisse Lipari nelCapitaine Aréna, rimase colpito da quanto il ricordo dell’assalto di Barbarossa fosse ancora presente nella memoria dell’isola.
Scrisse che veniva raccontato:
«comme une chose arrivée hier»
come una cosa accaduta ieri.
E definì Barbarossa:
«le fameux pirate Hariadan Barberousse»
il famoso pirata Ariadeno Barbarossa.
Erano trascorsi quasi tre secoli.
Eppure, ascoltando i racconti dell’isola, Dumas ebbe l’impressione che quella storia fosse ancora vicinissima.
Nel suo racconto raccoglie anche alcune versioni che gli studi successivi hanno poi corretto.
Scrive, per esempio, che nessuno degli abitanti deportati sarebbe mai tornato e che iLiparoti dell’Ottocentodiscendevano interamente dai coloni arrivati dopo il sacco.
Le ricerche diGiuseppe Arena, attraverso registri parrocchiali, riveli e altri documenti, hanno mostrato una realtà più complessa: sull’isola rimasero superstiti, alcuni deportati riuscirono a tornare e il ripopolamento coinvolse persone provenienti dalla Sicilia, dalla Calabria, dal Napoletano e anche dalla penisola iberica.
Ma questo non rende meno prezioso il racconto di Dumas.
Anzi.
Ci fa capire quanto profondamente il sacco di Barbarossa fosse rimasto nella memoria di Lipari.
Tre secoli dopo, sull’isola, sembrava ancora una cosa accaduta ieri.




Veduta dell’antico bagno di Lipari, pubblicata nel 1830. Un’immagine dell’isola quasi contemporanea al viaggio di Dumas.

Vittime e corsari nello stesso mare
Alla fine, la storia delle Eolie e della pirateria non può essere raccontata soltanto da una parte.
Spallanzani trovò ad Alicudi e Filicudi il ricordo di popolazioni costrette a vivere lontano dal mare per paura delle incursioni.
Campis raccontò i corsari barbareschi che gettavano l’ancora sotto Stromboli e le fumate e i fuochi con cui le isole sorvegliavano il mare.
Ma raccontò anche le filuche di Lipari che uscivano incontro ai legni nemici.
Nel Seicento troviamo gli Eoliani dentro la guerra di corsa siciliana.
Nel 1714 Giuseppe Casella e Giuseppe Cundo ricevettero vere patenti per prendere il mare.
Quattro anni dopo, Lipari diventò una base per la guerra corsara.
E nel 1731 quattro imbarcazioni liparote assalirono una nave tunisina davanti a Vulcano, catturando e vendendo come schiavi i dieci uomini che erano a bordo.
E andando ancora più indietro nel tempo, Tito Livio parlava già dei pirati di Lipari e di una comunità che divideva le prede.
Per secoli le Eolie non furono sette isole sperdute ai margini del Mediterraneo.
Erano nel mezzo.
Nel mezzo delle rotte tra Napoli, la Calabria, Messina, la Sicilia e le coste dell’Africa.
Nel mezzo dei commerci, delle guerre, delle razzie, della schiavitù e della corsa.
Su quelle montagne qualcuno continuò per secoli a guardare il mare.
A volte per difendersi.
A volte per partire.
Fonti e bibliografia
Fonti antiche e testimonianze
Tito Livio,Ab Urbe Condita, libro V, 28.
È la fonte del passo sull’intercettazione degli ambasciatori romani da parte dei pirati di Lipari e sulla spartizione della preda. La tradizione dell’episodio è confermata anche dalla voce Treccani dedicata a Timasiteo.
Diodoro Siculo,Bibliotheca historica, XIV, 93.
Racconta lo stesso episodio degli ambasciatori romani diretti a Delfi, la loro cattura nelle acque di Lipari e l’intervento di Timasiteo. Il riferimento esatto èDiodoro, XIV, 93.
Pietro Campis,Disegno historico, o siano l’abbozzate historie della nobile e fidelissima Città di Lipari, manoscritto del 1694; trascrizione, edizione e note integrative a cura diGiuseppe Iacolino, Lipari,Bartolino Famularo Editore, 1980, 596 pp. La scheda bibliografica dell’IGM conferma autore, titolo, curatore, editore e consistenza del volume.
Lazzaro Spallanzani,Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell’Appennino, 1792-1795,capitolo XXIV.
È la fonte dei passi su Alicudi e Filicudi «grandemente infestate da’ Turchi, massimamente tunisini», sulla sentinella di Lipari e sui corsari paragonati a «velocissimi girifalchi».
Jérôme Maurand,Itinéraire de Jérôme Maurand d’Antibes à Constantinople (1544), testo italiano pubblicato con introduzione, traduzione e note daLéon Dorez, Paris,Ernest Leroux, 1901, LVII + 378 pp., 20 tavole.
È la testimonianza diretta utilizzata per l’arrivo della flotta a Lipari, la descrizione della città fortificata, i sedici pezzi d’artiglieria e la deportazione degli abitanti.
Alexandre Dumas,Le Capitaine Aréna, Paris,Dolin, 1842, 2 voll.
Il volume contiene la sezioneExcursion aux îles Éoliennes, con capitoli dedicati a Lipari, Vulcano e Stromboli. È la fonte delle espressioni «comme une chose arrivée hier» e «le fameux pirate Hariadan Barberousse». La Bibliothèque nationale de France conferma l’edizione originale del 1842.
Documenti d’archivio
Archivio di Stato di Palermo,Real Segreteria, Incartamenti, Rappresentanze di Palermo,busta 233.
Il fascicolo comprende:
- lettera diSimone Pilarino, console del Regno di Sicilia a Tunisi, 12 dicembre 1731;
- dichiarazione deiGiurati della città di Lipari, 4 aprile 1732.
La scheda ufficiale dell’Archivio documenta che nel febbraio 1731quattro imbarcazioni liparote, indicate come feluche o tartane, depredarono una nave tunisina presso Vulcano, catturando i dieci membri dell’equipaggio e vendendoli come schiavi a Messina.
Studi e ricerche moderne
Rocco Gianni, «I Siciliani e la guerra di corsa», inLa Fardelliana, 1997.
È lo studio da cui abbiamo tratto il prospetto delle provenienze dei corsari siciliani e il dato relativo alle presenze di Lipari. Il testo digitalizzato mostra l’articolo almeno dalle pp.143-170 circa; non aggiungerei volume o fascicolo finché non abbiamo una scheda bibliografica ufficiale che li confermi.
Giuseppe Bonaffini, «Corsari schiavi siciliani nel Mediterraneo (secoli XVIII-XIX)», inCahiers de la Méditerranée,65, 2002, pp. 301-310, DOI10.4000/cdlm.38.
È la fonte utilizzata per le patenti di corsa, le regole della corsa e il contesto in cui operavano anche i corsari di Lipari.
Giuseppe La Greca, «Lipari nella guerra di Sicilia del 1718-1720», inHumanities, Università degli Studi di Messina,anno IX, n. 18, dicembre 2020, pp. 87-102, DOI10.6092/2240-7715/2020.2.87-102.
È la fonte del passaggio «Da quel momento Lipari si trasforma in una base per le azioni di guerra corsara da parte dei liparoti verso il naviglio napoletano», oltre che della ricostruzione del ruolo di Lipari nella guerra del 1718-1720.
Prof. Ettore Barnao,Appunti per servire alla storia di Stromboli,Edizioni del Centro Studi Eoliano, 2017, ISBN978-88-97088-14-1.
Il primo capitolo è intitolato“La pirateria nelle Isole Eolie nel Cinquecento”e comprende sezioni sugli schiavi cristiani in Barberia e sei lettere di schiavi relative a Stromboli.
Giuseppe Restifo, «Un drammatico sradicamento e un convulso ripopolamento. Lipari dopo il 1544», inSergio Todesco (a cura di),Atlante dei beni etno-antropologici eoliani, Messina, 1995, pp. 45-59.
È lo studio utilizzato per collocare il sacco del 1544 e il successivo ripopolamento nel contesto storico mediterraneo. Il riferimento bibliografico è confermato anche in letteratura accademica successiva.
Giuseppe Arena, «A proposito delle Isole Eolie descritte da Alexandre Dumas», inArchivio Storico Messinese,n. 70, Messina, 1995, pp. 21-32.
Questo è il riferimento corretto per il passaggio in cui correggiamo Dumas. Arena osserva esplicitamente che Dumas sbaglia quando afferma che nessuno dei deportati del 1544 tornò a Lipari.
San Bartolomeo e il Vascelluzzo
Museo Diocesano di Lipari, «Cenni storici sulla diocesi di Lipari».
È la fonte istituzionale utilizzata per la tradizione del vascello carico di frumento giunto nel 1672, attribuito all’intercessione di San Bartolomeo, e per la realizzazione del Vascelluzzo nel 1930.
Dott. Giuseppe Iacolino, testo sul culto di San Bartolomeo e sul Vascelluzzo, riprodotto online con il titolo«Il culto di San Bartolomeo a Lipari. La statua d’argento e il Vascelluzzo».
È qui che Iacolino definisce l’episodio del 1672«un autentico atto di pirateria». Al momento abbiamo verificato con certezza il testo e l’attribuzione a Iacolino, manon ho trovato una scheda bibliografica affidabile che mi permetta di indicare con sicurezza la pubblicazione originale cartacea. Per questo nella bibliografia eviterei di inventare editore, anno o volume: citerei semplicemente la riproduzione del testo.
Altre fonti utilizzate nel testo
Guido Libertini, «Timasiteo», inEnciclopedia Italiana, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1937.
La voce confronta Livio, Diodoro, Plutarco, Giustino e Valerio Massimo e conclude che l’episodio testimonia la pratica della pirateria a Lipari nel IV secolo a.C.
INGV, pubblicazione sull’Osservatorio Geofisico di Lipari e sulla tradizione delle vedette eoliane.
Riprende il testo di Campis sul sistema di comunicazione mediantefumate di giorno e fuochi di notte, usato per segnalare numero, tipo e posizione delle imbarcazioni avvistate.
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