Haroun Tazieff davanti al cratere dello Stromboli in una grafica storica
Haroun Tazieff davanti al cratere dello Stromboli in una grafica storica
Haroun Tazieff e lo Stromboli, laboratorio naturale per le sue ricerche vulcanologiche.

Haroun Tazieff e il respiro dello Stromboli

Haroun Tazieff non arrivò a Stromboli come un semplice viaggiatore attratto dallo spettacolo del vulcano. Per lui l’isola era un laboratorio naturale, un luogo nel quale osservare direttamente il respiro della Terra, misurare i gas, registrare le scosse e cercare di comprendere ciò che accadeva nelle profondità del cratere.

A Stromboli tornò più volte, portando con sé strumenti scientifici e cineprese. Studiava il vulcano avvicinandosi alle bocche eruttive, ma nello stesso tempo osservava l’isola e ascoltava le persone che vivevano ai suoi piedi.

È proprio questo incontro tra scienza, immagini e memoria degli abitanti a rendere ancora oggi così prezioso il suo lavoro.

Chi era Haroun Tazieff “il poeta del fuoco”

Haroun Tazieff nacque a Varsavia l’11 maggio 1914. Cresciuto in Belgio, si laureò prima in agronomia e poi in geologia all’Università di Liegi.

L’incontro decisivo con i vulcani avvenne nel 1948, durante una missione nel Congo Belga. Chiamato a osservare l’eruzione del Kituro, rimase profondamente colpito da ciò che vide e decise di dedicare gran parte della propria vita allo studio dei fenomeni eruttivi.

Da quel momento attraversò il mondo seguendo vulcani attivi, laghi di lava, eruzioni sottomarine e grandi fratture della crosta terrestre. Fu geologo, vulcanologo, esploratore, scrittore e uno dei pionieri del documentario scientifico.

La sua particolarità consisteva nel voler osservare i fenomeni mentre stavano accadendo. Non si limitava a studiare le rocce lasciate da un’eruzione già conclusa: voleva essere presente, raccogliere campioni, analizzare i gas, misurare le temperature e filmare ogni fase dell’attività.

Per questa capacità di unire rigore scientifico, coraggio e racconto cinematografico fu definito anche “il poeta del fuoco”.

Il primo incontro con Stromboli

Tra i primi incontri documentati di Tazieff con le Eolie vi è il viaggio compiuto nel 1949 nell’Italia meridionale, durante il quale studiò e filmò il Vesuvio e i vulcani dell’arcipelago.

Di quella spedizione realizzò anche un cortometraggio a colori intitolato Stromboli 1949, successivamente presentato durante conferenze scientifiche e incontri pubblici in Belgio e in Francia.

In quegli anni le immagini a colori di un vulcano in attività erano ancora rarissime. La cinepresa diventava quindi uno strumento con una doppia funzione: documentare il fenomeno per poterlo studiare nuovamente e mostrare al pubblico qualcosa che pochissime persone avrebbero potuto vedere dal vivo.

Stromboli entrò così molto presto nel percorso scientifico e cinematografico di Tazieff.

Perché Stromboli era un laboratorio naturale

Stromboli è uno dei pochi vulcani al mondo caratterizzati da un’attività esplosiva persistente. All’interno della terrazza craterica, situata a circa 700-750 metri di quota, diverse bocche producono esplosioni separate da intervalli variabili.

Durante la normale attività stromboliana vengono lanciati frammenti di lava incandescente, lapilli, cenere e gas. L’energia e la frequenza delle esplosioni, però, possono cambiare improvvisamente, dando origine a eventi maggiori o, nei casi più violenti, a veri parossismi.

Per uno scienziato come Tazieff, Stromboli offriva quindi una possibilità straordinaria: osservare ripetutamente un vulcano aperto e attivo, confrontando il comportamento delle esplosioni con le scosse del terreno e con le variazioni dei gas eruttivi.

Non era soltanto il fascino del fuoco ad attirarlo. Era la possibilità di ascoltare e misurare il vulcano mentre funzionava.

Le ricerche sismiche del 1962

Nel 1962 Haroun Tazieff pubblicò insieme al geofisico Élie Peterschmitt uno studio intitolato Sur un nouveau type de secousse volcanique enregistrée au Stromboli, ovvero “Su un nuovo tipo di scossa vulcanica registrata a Stromboli”.

Lo studio apparve nei Comptes rendus de l’Académie des sciences di Parigi e descriveva particolari segnali sismici osservati sull’isola.

Si trattava di un passaggio importante: le esplosioni visibili in superficie venivano messe in relazione con i movimenti e le vibrazioni registrati all’interno dell’edificio vulcanico.

Oggi Stromboli è controllato attraverso una rete di strumenti, telecamere, sensori e sistemi automatici. All’inizio degli anni Sessanta, invece, quelle campagne condotte direttamente sul terreno rappresentavano un lavoro pionieristico.

Gli strumenti dovevano essere trasportati fino alle quote sommitali e collocati in prossimità di un vulcano che continuava a esplodere.

Lo studio dei gas vulcanici

Un altro aspetto fondamentale delle ricerche di Tazieff riguardava i gas.

Nel 1963, insieme al chimico e vulcanologo italiano Franco Tonani, studiò le rapide variazioni della fase gassosa eruttiva. Le misurazioni effettuate a Stromboli e sull’Etna riguardavano anche le variazioni nelle concentrazioni di componenti come il vapore acqueo e l’anidride carbonica.

L’obiettivo era comprendere se i cambiamenti nella composizione e nella quantità dei gas potessero essere messi in relazione con l’attività del vulcano.

Era un’intuizione scientifica molto importante. I gas rappresentano infatti una delle forze principali che alimentano le esplosioni stromboliane: risalgono all’interno del magma, si accumulano e, quando la pressione diventa sufficiente, provocano l’esplosione alla bocca.

Le prime misurazioni di Tazieff e Tonani sono ancora ricordate negli studi moderni dedicati alla geochimica e al monitoraggio di Stromboli. Oggi gli strumenti misurano continuamente diversi componenti dei gas vulcanici, ma quelle prime campagne contribuirono ad aprire la strada.

Osservare, misurare e filmare

Il metodo di Tazieff univa tre azioni: osservare il fenomeno, misurarlo e filmarlo.

Le immagini non erano soltanto spettacolari. Potevano essere riviste, confrontate con i dati raccolti dagli strumenti e utilizzate per ricostruire le diverse fasi di un’esplosione.

Tazieff cercava quindi di ridurre la distanza tra la ricerca scientifica e il racconto rivolto al pubblico. Attraverso i suoi libri e i suoi documentari trasformò fenomeni complessi in immagini comprensibili, senza nasconderne la forza e il pericolo.

Era convinto che per capire veramente un vulcano fosse necessario avvicinarsi, osservarlo sul posto e raccogliere il maggior numero possibile di dati durante l’eruzione.

Le immagini di Stromboli mostrano fino a che punto fosse disposto a spingersi.

Com’era Stromboli nei primi anni Sessanta

Quando Tazieff tornò sull’isola nel 1963, Stromboli era molto diversa da quella che conosciamo oggi.

L’emigrazione aveva svuotato intere contrade. Molti strombolani erano partiti verso l’Australia, gli Stati Uniti, la Nuova Zelanda e altri Paesi, lasciando case chiuse, terreni non più coltivati e famiglie divise dalla distanza.

Una ricerca sulla storia della popolazione eoliana ha evidenziato che già nel censimento del 1951 Stromboli conservava soltanto poco più di un quarto degli abitanti registrati nel 1911. Negli anni successivi la popolazione si ridusse ulteriormente fino a poche centinaia di persone.

La vita dell’isola era ancora legata alla pesca, a ciò che restava dell’agricoltura e a un turismo che cominciava lentamente a svilupparsi dopo il film Stromboli, terra di Dio di Roberto Rossellini e dopo i numerosi reportage internazionali dedicati all’isola.

Le strade, i collegamenti e le condizioni di vita erano lontanissimi da quelli attuali. Le case bianche si alternavano ad abitazioni chiuse o abbandonate; i sentieri salivano verso il vulcano attraversando terreni ancora segnati dalle coltivazioni; il rapporto con il cratere faceva parte della quotidianità.

Gli abitanti non possedevano gli strumenti con cui oggi viene sorvegliato il vulcano. La conoscenza del pericolo passava soprattutto attraverso l’esperienza, l’osservazione e la memoria tramandata oralmente da una generazione all’altra.

Leggi anche: Come era Stromboli nel 1960?

L’Homme du Stromboli: il documento del 1963

Nel giugno del 1963 una troupe della televisione francese accompagnò Tazieff durante una nuova spedizione sul vulcano.

Da quella esperienza nacque L’Homme du Stromboli, documentario diretto e filmato da Jean Pradinas per la trasmissione Les Coulisses de l’exploit, con il commento dello stesso Haroun Tazieff.

È importante precisare che il film non fu diretto da Tazieff: il vulcanologo ne è il protagonista e la voce narrante, mentre le immagini e la regia sono di Jean Pradinas.

Il documento mostra la salita della squadra, il trasporto degli strumenti e l’avvicinamento alle bocche attive. Tazieff indossa un equipaggiamento protettivo e un particolare casco rivestito di materiale riflettente, pensato per limitare l’esposizione al calore.

In una delle sequenze più impressionanti lo vediamo camminare lungo il bordo di una bocca del cratere. Si avvicina mentre il vulcano continua la propria attività e, proprio davanti a lui, si verifica una grande esplosione.

Sono immagini che oggi appaiono quasi inconcepibili. Non mostrano soltanto il coraggio di Tazieff, ma anche il rischio affrontato dalla vulcanologia di quegli anni, quando molti dati potevano essere raccolti soltanto avvicinandosi fisicamente al fenomeno.

La voce della signora e il possibile ricordo del 1930

Nel documentario compare anche un’anziana abitante di Stromboli. La donna racconta una violenta esplosione del vulcano e ricorda una pioggia di pietre arrivata, secondo le sue parole, fino a Strombolicchio.

A mio avviso, la sua testimonianza potrebbe riferirsi alla grande eruzione dell’11 settembre 1930.

Questa identificazione non compare nei crediti del documentario e non deve quindi essere presentata come una certezza storica. È una mia valutazione, basata sui racconti e sulla tradizione orale che mi è stata tramandata a Stromboli, soprattutto sul particolare delle pietre che sarebbero arrivate fino a Strombolicchio.

La ricostruzione scientifica conferma comunque che quella del 1930 fu una delle eruzioni parossistiche più violente della storia recente dell’isola. Bombe vulcaniche, lapilli incandescenti e frammenti di roccia furono lanciati a grande distanza; valanghe di materiale caldo percorsero rapidamente i fianchi del vulcano fino al mare e l’evento provocò vittime e danni gravissimi.

La testimonianza della donna conserva dunque un valore indipendente dall’esatta identificazione dell’evento. È la voce di chi viveva ai piedi del vulcano e affidava alla memoria il racconto di ciò che aveva visto o ascoltato dalle generazioni precedenti.

L’eredità di Haroun Tazieff

Haroun Tazieff morì a Parigi il 2 febbraio 1998, all’età di 83 anni.

Lasciò libri, studi scientifici e un immenso patrimonio di immagini girate sui vulcani di tutto il mondo. I suoi film contribuirono a far conoscere la vulcanologia al grande pubblico e ad avvicinare alla scienza intere generazioni.

Il suo rapporto con Stromboli occupa un posto particolare in questa storia. L’isola compare agli inizi della sua attività cinematografica, nelle ricerche sismiche e geochimiche dei primi anni Sessanta e in uno dei documenti televisivi più impressionanti dedicati al vulcano.

Rivedere oggi quelle immagini significa osservare due mondi ormai lontani: una vulcanologia fatta ancora di strumenti trasportati a mano fino al cratere e una Stromboli abitata da poche centinaia di persone, sospesa tra l’emigrazione e l’inizio di una nuova stagione legata al turismo.

Ma significa soprattutto ricordare che la storia del vulcano non è conservata soltanto nei dati scientifici. Vive anche nelle immagini e nelle voci di chi ha abitato ai suoi piedi.

Crediti del filmato

Estratto da L’Homme du Stromboli, regia e immagini di Jean Pradinas, con Haroun Tazieff, produzione televisiva francese per Les Coulisses de l’exploit, 1963.

Si ringraziano gli autori e l’archivio INA per la conservazione di questo importante documento della memoria di Stromboli.

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