Ritratto giovanile di Alexandre Dumas, autore del viaggio alle Isole Eolie del 1835
Ritratto giovanile di Alexandre Dumas, autore del viaggio alle Isole Eolie del 1835
Copertina illustrata ispirata al viaggio di Alexandre Dumas alle Isole Eolie nel 1835, realizzata per Leoliano Scalzo – www.leolianoscalzo.com.

Il viaggio del 1835 a bordo della speronara del capitano Arena

Nel 1835 Alexandre Dumas ha trentatré anni.

I romanzi che lo renderanno celebre in tutto il mondo devono ancora arrivare. Dumas è già uno scrittore conosciuto e soprattutto un grande viaggiatore.

Quell’anno attraversa l’Italia, raggiunge la Sicilia e da Palermo decide di continuare il viaggio per mare.

Davanti a lui ci sono le Isole Eolie.

Il viaggio avviene a bordo di una piccola speronara, tra vento, remi, approdi difficili e isole che appaiono una dopo l’altra all’orizzonte.

Dumas racconterà quei giorni alcuni anni dopo.

Il 20 maggio 1842 sul quotidiano pariginoLa Pressecomincia infatti la pubblicazione di «Excursion aux îles Éoliennes»,Escursione alle Isole Eolie.

Nello stesso anno il racconto viene raccolto inLe Capitaine Aréna, pubblicato a Parigi dall’editore Dolin.

La sezione eoliana è divisa in tre grandi capitoli:

Lipari. Vulcano. Stromboli.

Ma durante la navigazione Dumas racconta anche Alicudi, Panarea, Lisca Bianca e altri luoghi dell’arcipelago.

Queste sono le sue Eolie.

Una speronara lascia Palermo

Ad aspettare Dumas nel porto di Palermo c’è una piccola speronara comandata dal capitano Arena.

Con lui viaggia il pittore Louis Godefroy Jadin. Ci sono i marinai dell’equipaggio e c’è anche Milord, il cane di Dumas.

La barca colpisce subito lo scrittore.

Le parole di Dumas

«vif, gracieux et fin»

«vivace, graziosa e sottile»

Dumas la vede ondeggiare fra le grandi navi del porto e la paragona a un alcione in mezzo a uno stormo di cigni.

Su quella piccola imbarcazione comincia il viaggio verso le Eolie.

Alexandre Dumas in un ritratto giovanile dell’Ottocento, vicino agli anni del viaggio alle Isole Eolie.Litografia ottocentesca attribuita ad Achille Devéria.

La speronara lascia Palermo.

Fuori dal porto trovano un po’ di vento e viene issata la vela.

Verso mezzogiorno, però, il vento cade.

I marinai prendono i remi.

Dumas e Jadin fanno stendere un tappeto sopra la cabina e rimangono a guardare il mare.

Arriva la sera.

Il sole scompare, compaiono le stelle e dalla barca si alza il canto dei marinai.

Durante la notte torna il vento.

È scirocco.

Al mattino, davanti alla speronara, appare la prima delle Eolie.

Alicudi.

Alicudi

Avvicinarsi all’isola non è semplice.

Dumas racconta che Alicudi non offre un porto o un’insenatura dove la speronara possa trovare riparo.

Devono quindi utilizzare la piccola barca.

Anche lo sbarco è complicato.

Il mare si rompe sulle rocce e durante la manovra uno dei marinai, Pietro, finisce in acqua.

Una volta a terra, Dumas osserva l’isola.

E le parole che usa sono forti.

Le parole di Dumas

«triste, sombre et désolé»

«triste, cupa e desolata»

Poi aggiunge:

«C’est un coin de la terre oublié lors de la création»

«È un angolo della terra dimenticato al momento della creazione.»

Dumas vede un’isola aspra, con pochissima terra coltivabile e abitazioni sparse sulla montagna.

Parla di centocinquanta o duecento abitanti e li descrive soprattutto come pescatori.

Sulla riva Dumas incontra un uomo che sta rientrando con la propria barca.

Ha pescato.

I viaggiatori comprano tutto il pesce per cinque carlini.

È uno di quei piccoli episodi che Dumas annota durante tutto il viaggio.

Una barca.

Un pescatore.

La pesca appena presa.

E alcuni forestieri arrivati dal mare.

Poi ripartono.

“Prospetto della città di Lipari”, incisione tratta dall’opera di Lazzaro Spallanzani. Una veduta dell’isola precedente di pochi decenni al viaggio di Alexandre Dumas.

Verso Lipari

La speronara torna in mare.

Il vento è contrario e per diverse ore sono costretti a bordeggiare.

Dumas vede Salina, Lipari e Vulcano.

Tra Salina e Lipari, più lontano, distingue anche Stromboli.

Il vulcano è già all’orizzonte, ma il viaggio verso Stromboli dovrà aspettare.

La speronara continua la sua rotta e riesce finalmente a entrare nel tratto di mare tra Lipari e Vulcano.

Gli uomini riprendono i remi.

Verso le due gettano l’ancora davanti a Lipari.

Dumas guarda la città, il castello sulla rocca e le case costruite intorno.

La definisce subito:

«pittoresca».

Ma prima ancora di poter mettere piede sull’isola incontra un problema.

Le autorità vogliono sapere chi siano quei due francesi e perché siano arrivati a Lipari.

Non sono commercianti.

Non sono venuti a comprare pomice.

Allora perché sono lì?

È da questa domanda che comincia il soggiorno di Alexandre Dumas a Lipari.

Lipari

Dumas e Jadin sono finalmente davanti a Lipari.

Ma sbarcare non è così semplice.

Alle autorità hanno commesso, scrive Dumas, quasi un errore: hanno confessato di non essere venuti per commerciare la pietra pomice.

E la cosa sembra incomprensibile.

Per quale altro motivo due stranieri dovrebbero arrivare a Lipari?

I loro passaporti vengono fatti passare attraverso una grata e, per paura del colera, presi con delle enormi pinze.

Le autorità controllano soprattutto una cosa: che i due uomini arrivino da Palermo e non da Alessandria o Tunisi.

Soltanto allora la grata viene aperta.

Dumas può entrare a Lipari.

Le parole di Dumas

«Notre arrivée avait fait événement.»

«Il nostro arrivo aveva fatto notizia.»

Dumas racconta che, esclusi i marinai francesi e inglesi che raggiungevano l’isola per caricare la pomice, era raro vedere uno straniero sbarcare a Lipari.

Così, mentre lui e Jadin attraversano la città, uomini, donne e bambini escono dalle case per guardarli passare.

Un albergo che non c’è

La prima necessità è trovare dove dormire.

Dumas e Jadin cominciano a cercare una locanda.

Non ne trovano nessuna.

Attraversano la città da una parte all’altra, ma niente.

Le parole di Dumas

«c’était chose inconnue dans la capitale d’Éole»

«era una cosa sconosciuta nella capitale di Eolo.»

Mentre cercano una sistemazione vedono della gente raccolta davanti a una casa.

Dentro c’è un bambino morto, di sei o otto anni.

Dumas si ferma.

Racconta la madre seduta ai piedi del letto mentre parla al figlio morto, affidandogli dei messaggi da portare al padre e al nonno, morti prima di lui.

Poco dopo arrivano due frati francescani.

Portano via il corpo.

Dumas e Jadin li seguono fino alla chiesa.

Ed è proprio quell’incontro, nato quasi per caso, a risolvere il problema della notte.

Uno dei frati domanda ai due viaggiatori da dove vengano.

Sono francesi.

Parlando, Dumas gli racconta che non sono riusciti a trovare un albergo.

Il frate offre immediatamente loro ospitalità nel convento.

È il superiore della comunità.

Dumas e Jadin accettano.

Una stanza davanti a Stromboli

Attraversano un piccolo chiostro e vengono accompagnati nelle loro stanze.

Sono due semplici celle.

Ma dalle finestre si apre una vista che Dumas non dimentica.

Davanti a loro ci sono il mare, la Calabria e la costa siciliana.

E più lontano, oltre Panarea e gli isolotti, appare una cima fumante.

Stromboli.

Dumas lo vede ancora da lontano.

Ci arriverà soltanto dopo.

Sotto le finestre del convento guarda invece Lipari, con i tetti piatti e le case imbiancate a calce.

L’insieme gli dà un’impressione quasi orientale.

Il governatore di Lipari

Dumas e Jadin riprendono a camminare.

All’estremità della strada principale, ai piedi di Campo Bianco, salgono su una piccola altura per osservare la città.

Qui vengono raggiunti da un uomo che già da qualche tempo li sta seguendo.

È il governatore di Lipari e dell’intero arcipelago.

Quando Dumas scopre chi ha davanti ha per un momento qualche preoccupazione: sta viaggiando sotto un nome diverso dal proprio e racconta di essere entrato nel Regno di Napoli senza seguire esattamente le procedure previste.

Ma il governatore non sembra interessato ai suoi documenti.

Vuole soprattutto parlare.

Vive lontano dalle grandi città e chiede ai due francesi notizie della Sicilia, di Napoli, della Francia e di ciò che accade nel resto del mondo.

Poi li invita a pranzo per il giorno seguente.

Dumas gli chiede invece di accompagnarli a vedere Lipari.

Il governatore accetta.

Campo Bianco

Dietro di loro c’è la montagna.

Dumas la chiama Campo-Bianco.

Il terreno è disseminato di grandi blocchi chiari.

Durante la salita Dumas cerca di appoggiarsi a uno di quei massi.

Il blocco si muove.

Comincia a rotolare verso Jadin.

Per un momento il pittore pensa di essere travolto e allunga istintivamente una mano.

Il masso si ferma.

Jadin lo prende, lo solleva e lo guarda.

È enorme, ma leggerissimo.

È pietra pomice.

Dumas racconta la scena con ironia.

Quella montagna, che da lontano sembra fatta di grandi rocce, è in realtà formata da materiale tanto leggero che un enorme blocco può essere sollevato con le mani.

La pomice non è soltanto parte del paesaggio.

È anche uno dei prodotti per i quali le navi straniere raggiungono Lipari.

Dumas lo aveva capito appena arrivato: per le autorità locali, uno straniero sull’isola era quasi certamente lì per quel commercio.

Dal punto più alto di Campo Bianco guarda l’arcipelago.

Il panorama gli appare magnifico.

Lipari, vista dall’alto, gli dà invece un’impressione molto più severa.

Le parole di Dumas

«Lipari n’est qu’un amas de rocs et de scories.»

«Lipari non è che un ammasso di rocce e scorie.»

È ancora una volta lo sguardo di Dumas.

Poche parole, molto nette.

Poi il sole comincia a scendere e i colori cambiano.

È ora di tornare al convento.

A cena con i Francescani

La comunità è piccola: Dumas conta circa dodici frati.

Nel refettorio trova anche quindici o venti gatti.

Fortunatamente Milord, il suo cane, è stato tenuto al guinzaglio.

I frati mangiano verdure e pesce. Per i due ospiti vengono preparati anche carne bollita e degli uccelli arrosto.

Ma il momento che Dumas ricorderà meglio arriva alla fine della cena.

Il superiore fa portare una bottiglia.

È Malvasia di Lipari, prodotta nello stesso convento.

Dumas la assaggia.

E questa volta non risparmia l’entusiasmo.

Le parole di Dumas

«le plus admirable vin que j’eusse jamais bu de ma vie»

«il vino più straordinario che avessi mai bevuto in vita mia.»

Una testimonianza breve, ma bellissima.

Nel 1835 Alexandre Dumas arriva a Lipari e trova già la Malvasia ad aspettarlo sulla tavola.

Dopo cena lascia il convento.

Il governatore lo aspetta nella sua casa.

Caffè, sigari e una terrazza affacciata sul mare.

La giornata non è ancora finita.

E il mattino successivo Dumas vuole attraversare quel breve tratto di mare che separa Lipari da un’isola che da tempo sta osservando.

Vulcano.

Speronara mediterranea, imbarcazione simile a quella utilizzata da Alexandre Dumas per il viaggio alle Isole Eolie nel 1835.

Vulcano

Solo tre miglia di mare separano Lipari da Vulcano.

Dumas e Jadin attraversano il canale con una piccola barca a remi.

In meno di quaranta minuti sono dall’altra parte.

Appena Vulcano appare davanti a lui, Dumas cambia completamente tono.

Le parole di Dumas

«Vulcano, pareil au dernier débris d’un monde brûlé…»

«Vulcano, simile all’ultimo relitto di un mondo bruciato…»

E continua:

«Il est impossible, même à la peinture, de donner une idée de cette terre convulsionnée, ardente et presque en fusion.»

«È impossibile, perfino con la pittura, dare un’idea di questa terra sconvolta, ardente e quasi in fusione.»

Per un momento Dumas e Jadin si chiedono quasi se ciò che stanno vedendo sia reale.

Poi sbarcano.

I fratelli Nunziante

Sull’isola cercano subito i figli del generale Nunziante.

La loro abitazione, scrive Dumas, è praticamente l’unica casa dell’isola.

Il maggiore dei due ha poco più di vent’anni e li accoglie immediatamente.

Sta terminando di mangiare e sulla tavola c’è una grande aragosta.

Dumas vuole sapere da dove provenga.

La risposta è:

Panarea.

Il giovane gli spiega che, passando da quelle parti, potrà facilmente procurarsene.

Dumas annota immediatamente l’informazione sul suo taccuino.

Poco dopo arriva anche il fratello minore.

Sono loro ad accompagnare i due viaggiatori alla scoperta dell’isola.

Dumas racconta che Vulcano è allora abitata quasi esclusivamente da forzati, impiegati nei lavori e nelle attività estrattive dell’isola.

Le uova cotte nel mare

La prima cosa che i fratelli Nunziante vogliono mostrare ai viaggiatori si trova vicino alla riva.

L’acqua del mare è riscaldata dalle emissioni vulcaniche.

Dumas parla di temperature altissime.

I due fratelli raccontano che utilizzano quell’acqua perfino per cuocere le uova.

Dumas e Jadin sorridono.

Non sembrano crederci.

Allora uno degli uomini torna con un piccolo cestino e due uova.

Il cestino viene immerso nell’acqua.

Tre minuti.

Le uova sono cotte.

Dumas deve arrendersi all’evidenza.

Ma a quel punto entra in scena Milord.

Il cane vede un uovo gettato in mare e si lancia per recuperarlo.

Non sa che quell’acqua è bollente.

Salta.

E immediatamente lancia un grido.

Jadin lo recupera e corre a immergerlo nell’acqua fredda.

Da quel momento, racconta Dumas, Milord comincerà a guardare con molta più diffidenza tutto ciò che Vulcano gli mette davanti.

Verso il cratere

Il gruppo lascia la costa e comincia a salire.

Il terreno è caldo.

Il sole è fortissimo.

E sotto i loro piedi accade qualcosa che colpisce Dumas.

Le parole di Dumas

«à chaque pas que nous faisions nous entendions la terre résonner sous nos pieds»

«a ogni passo sentivamo la terra risuonare sotto i nostri piedi.»

Dumas dice che sembra di camminare sopra delle catacombe.

Dopo circa tre quarti d’ora raggiungono il bordo di un primo cratere.

Ma non è quello che cercano.

Continuano a salire.

Lungo il percorso incontrano una montagna scavata da numerose aperture.

Alcune hanno una porta.

Altre persino una finestra.

Altre ancora, scrive Dumas, sembrano tane.

È il luogo dove vivono i forzati.

Dumas parla di circa quattrocento uomini.

Poi continuano verso il cratere superiore.

Dentro il cratere di Vulcano

Dopo un’altra lunga salita arrivano sul bordo.

Dumas guarda verso il basso.

In mezzo al fumo vede uomini al lavoro.

Decidono di scendere.

Impiegheranno circa venti minuti per raggiungere il fondo.

Più scendono, più il calore aumenta.

Quando arrivano in basso l’aria diventa difficile da respirare.

Dal terreno escono vapori sulfurei.

Dumas racconta di numerose piccole fessure e dice che, guardando dentro alcune di esse, riescono perfino a vedere la fiamma.

Le parole di Dumas

«l’atmosphère était à peine respirable»

«l’atmosfera era appena respirabile.»

Ogni tanto Dumas e Jadin sono costretti a salire sopra un blocco di lava per cercare aria migliore.

Gli uomini che lavorano lì, invece, sembrano ormai abituati.

Dumas li osserva.

Alcuni sono coperti di polvere gialla.

Altri rossa.

Altri ancora bianca o scura, secondo il materiale sul quale stanno lavorando.

È una delle immagini più forti lasciate dallo scrittore sulla Vulcano del 1835.

Uomini che lavorano dentro il cratere, circondati dal fumo e dallo zolfo.

Dumas guarda anche il terreno.

Avvicinandosi verso la parte centrale lo sente diventare sempre meno solido.

Gettano una pietra.

Sprofonda.

Dopo circa un’ora decidono di risalire.

Milord, questa volta, è stato più prudente.

È rimasto seduto sul bordo del cratere ad aspettarli.

La grotta

Ma il viaggio a Vulcano non è ancora finito.

Uno dei fratelli Nunziante li accompagna verso una grotta che il governatore di Lipari aveva raccomandato loro di visitare.

L’ingresso è stretto.

Per avanzare devono procedere prima a quattro zampe e poi quasi strisciare.

All’interno l’aria è pesante.

Dumas è costretto più volte a tornare verso l’apertura per respirare.

Alla fine raggiungono una cavità più grande.

Accendono le torce.

Sulle pareti Dumas osserva depositi minerali e, sul fondo, trova trova un piccolo lago di acqua calda.

Un termometro immerso nell’acqua arriva, secondo il suo racconto, a settantacinque gradi.

Dumas resiste dentro soltanto pochi minuti.

Quando esce scrive di essere completamente bagnato dal sudore.

E confessa di aver rivisto il sole con un certo piacere.

Ritorno a Lipari

I due fratelli Nunziante accompagnano Dumas e Jadin fino alla riva.

Si salutano.

Questa volta il vento è favorevole.

In circa mezz’ora sono nuovamente davanti a Lipari.

Dall’alto della sua terrazza il governatore li sta osservando con un cannocchiale.

Quando vede la barca avvicinarsi, scende ad aspettarli al porto.

Dumas passa ancora una volta dal convento dei Francescani.

Vuole ringraziarli e pagare l’ospitalità.

Ma il superiore non vuole denaro.

Dumas non insiste.

Prima di uscire lascia però due piastre nella cassetta delle offerte.

Qualcuno se ne accorge.

E poco dopo, quando Dumas e Jadin sono ormai tornati sulla speronara e stanno per partire, vedono un frate correre verso il porto.

Il superiore ha scoperto l’offerta.

E considera che abbiano dato troppo.

Così manda loro un regalo.

Una piccola botte di Malvasia di Lipari.

È l’ultimo saluto dell’isola.

Sono già in ritardo.

Dumas vuole raggiungere Stromboli prima della chiusura del porto.

Ma il viaggio deve ancora passare davanti a Panarea.

E proprio lì lo aspetta quell’aragosta che aveva annotato sul suo taccuino a Vulcano.

Panarea e Lisca Bianca

La mattina seguente Dumas si sveglia davanti a Panarea.

Durante tutta la notte il vento è stato contrario e i marinai si sono alternati ai remi.

Sono ancora a poche miglia da Lipari.

Il mare, però, è perfettamente calmo.

Dumas ordina al capitano di fermare la speronara e di procurare le provviste per la giornata.

Soprattutto, gli ricorda una cosa.

Le aragoste.

Non si è dimenticato di quello che gli avevano raccontato a Vulcano.

Dumas e Jadin scendono sulla piccola barca insieme a Pietro e Filippo e si dirigono verso gli isolotti sparsi tra Panarea e Stromboli.

Dopo circa un quarto d’ora raggiungono Lisca Bianca.

Jadin apre il parasole, sistema la sua camera chiara e comincia a disegnare le isole.

Dumas, invece, prende il fucile e parte insieme a Pietro.

Lisca Bianca è deserta.

Dumas racconta di non avervi trovato neppure un ciuffo d’erba.

Ma Pietro conosce bene quelle rocce.

Lo conduce verso un punto dove dal fondo del mare salgono numerose bolle di gas.

Ne raccoglie una parte dentro una bottiglia, la chiude e promette a Dumas che più tardi gli mostrerà una curiosità.

Rimangono sull’isolotto circa un’ora.

Quando Jadin termina il suo disegno, la speronara torna a prenderli.

E appena salgono a bordo trovano una sorpresa.

Quaranta aragoste

Il capitano ha preso alla lettera la richiesta di Dumas.

Il ponte della speronara è praticamente pieno di aragoste e astici.

Dumas li fa contare.

Sono quaranta.

Si arrabbia con il capitano.

È convinto che abbia speso una fortuna.

Ma il conto finale è completamente diverso da quello che immaginava.

Il capitano ha comprato tutta la pesca di una barca.

Prezzo totale:

dodici franchi.

Dumas smette di protestare.

Sei degli esemplari più grandi finiscono immediatamente nella pentola per il pranzo dell’equipaggio.

Vengono portate anche sei bottiglie di vino.

E alla fine del pasto Pietro regala a tutti una tarantella.

Basiluzzo

Il viaggio potrebbe continuare direttamente verso Stromboli.

Ma il capitano racconta a Dumas che Basiluzzo è piena di conigli.

E Dumas decide di fermarsi.

Verso le tre del pomeriggio entrano in una piccola insenatura.

Dumas vede sul pianoro alcune abitazioni.

Prima di cominciare la caccia manda Pietro a chiedere il permesso agli abitanti.

La risposta è quasi un invito.

I conigli stanno distruggendo le poche coltivazioni dell’isola.

Possono quindi cacciarne quanti ne vogliono.

Dumas racconta che in poco tempo ne trovano ovunque.

Alla fine della battuta ne hanno uccisi diciotto.

Dodici vengono lasciati agli abitanti dell’isola.

Gli altri sei vengono portati sulla speronara.

Durante il giro di Basiluzzo Dumas nota anche alcune rovine antiche.

Non vi dedica però particolare attenzione.

È ormai pomeriggio inoltrato.

E Stromboli è ancora davanti a loro.

Verso Stromboli

Il vento finalmente sembra favorevole.

Vengono spiegate tutte le vele.

Per circa due ore la speronara corre veloce verso Stromboli.

Poi il vento cambia ancora.

Le vele diventano inutili.

Si torna ai remi.

A mano a mano che si avvicinano, il vulcano diventa sempre più nitido.

Dumas ne distingue la forma, il fumo che esce dalla cima e, con l’arrivo della sera, anche le esplosioni.

Di giorno le fiamme si confondono con la luce.

Ma quando il cielo comincia a scurire diventano visibili.

Dumas le vede apparire dentro il fumo e ricadere lungo il fianco della montagna.

Verso le sette di sera raggiungono Stromboli.

Ma arrivano dalla parte sbagliata dell’isola.

Il porto è sul versante opposto.

Devono quindi costeggiare Stromboli proprio lungo il fianco dove i materiali vulcanici scendono verso il mare.

Quando finalmente arrivano davanti all’abitato è troppo tardi.

Il porto è stato chiuso.

Dumas prova a convincere qualcuno ad aprirlo.

Niente da fare.

I marinai conoscono Stromboli

Sulla riva, intanto, è arrivata molta gente.

La speronara non è una barca sconosciuta.

I marinai dell’equipaggio conoscono bene Stromboli e gli Stromboliani conoscono loro.

Dumas ci lascia qui una testimonianza molto interessante.

Racconta che ogni autunno quella barca raggiungeva Stromboliquattro o cinque volte per caricare la passolina, l’uva passa prodotta sull’isola.

A questi viaggi se ne aggiungevano altri durante l’anno.

Tra marinai e Stromboliani esistevano quindi rapporti abituali.

Dalla barca cominciano le conversazioni con le persone sulla spiaggia.

Dumas e Jadin capiscono poco.

Si parla nel dialetto locale.

Ma una cosa è evidente.

Pietro conosce molto bene una ragazza che si trova sulla riva.

Una tarantella tra il mare e la spiaggia

La conversazione tra i due diventa sempre più animata.

A un certo punto Pietro comincia a muoversi sul ponte della speronara.

Antonio intona la musica.

Pietro comincia a ballare la tarantella.

La ragazza sulla spiaggia risponde.

E così, racconta Dumas, comincia una danza a distanza.

Lui sulla barca.

Lei sulla riva.

Continuano fino a quando entrambi, stanchi, devono fermarsi.

Uno cade sul ponte della speronara.

L’altra sulla spiaggia.

Dumas aspetta proprio quel momento.

Poi domanda al capitano dove passeranno la notte.

La risposta è semplice.

Dove vuole lui.

Dumas ha già deciso.

Davanti al vulcano.

Una notte davanti allo Stromboli

La speronara si sposta.

Dieci minuti dopo gettano l’ancora davanti al fianco settentrionale della montagna.

Dumas vuole vedere Stromboli durante la notte.

Non deve aspettare molto.

Dopo pochi minuti arriva un rombo.

Poi un’esplosione.

Dumas la paragona allo scoppio simultaneo di numerosi pezzi d’artiglieria.

Subito dopo vede alzarsi una grande colonna incandescente.

Parte del materiale ricade nel cratere.

Un’altra parte scende lungo il pendio fino al mare.

Il fenomeno si ripete.

Ancora.

E ancora.

Per tutta la notte.

Le parole di Dumas

«J’avoue que cette nuit est une des plus curieuses que j’aie passées de ma vie.»

«Confesso che quella notte fu una delle più straordinarie che abbia trascorso in vita mia.»

Dumas e Jadin rimangono sul ponte.

Non riescono ad allontanarsi da quello che Dumas definisce un:

«terrible et magnifique spectacle»

«terribile e magnifico spettacolo.»

Milord è completamente agitato.

Ogni volta che vede cadere il materiale incandescente verso il mare vorrebbe buttarsi in acqua.

I marinai, invece, reagiscono in modo completamente diverso.

Per loro tutto questo è normale.

Domandano a Dumas e Jadin se abbiano bisogno di qualcosa.

Poi scendono sottocoperta.

E vanno a dormire.

Le esplosioni continuano.

Il cielo si illumina.

La montagna romba.

L’equipaggio dorme.

Dumas e Jadin rimangono sul ponte fino alle due del mattino.

Alla fine cedono alla stanchezza e rientrano nella cabina.

Milord no.

Il cane rimane fuori.

Dumas racconta che trascorrerà tutta la notte sul ponte:

abbaiando contro il vulcano.

Il mattino dopo

Con il ritorno della luce Stromboli cambia completamente.

Le esplosioni si sentono ancora.

Ma le fiamme non sono più visibili.

Quello che durante la notte appariva come un fiume incandescente ora si confonde con il colore della cenere.

La speronara torna davanti al porto.

Questa volta li lasciano entrare.

Pietro e Giovanni scendono insieme a Dumas e Jadin.

Non c’è un albergo.

Vengono accolti in casa da una famiglia legata al capitano.

Prima di partire viene preparata la colazione.

I padroni di casa portano loro uva e fichi d’India.

Nel frattempo Pietro è andato a cercare due Stromboliani.

Torna con due uomini disposti ad accompagnarli.

Sono le otto del mattino.

Dumas guarda verso la cima.

Questa volta non vuole osservare Stromboli dal mare.

Vuole salirci sopra.

La salita allo Stromboli

Sono quasi le otto del mattino quando Dumas, Jadin, Pietro e Giovanni lasciano il paese.

Con loro ci sono due Stromboliani che hanno accettato di accompagnarli sulla montagna per mezza piastra ciascuno.

La prima parte della salita è facile.

Il sentiero attraversa i vigneti.

Dumas rimane colpito dalla quantità di grappoli che pendono dalle viti e scrive che proprio quell’uva costituisce gran parte del commercio dell’isola.

I viaggiatori ne prendono qualche grappolo durante il cammino.

Poi le vigne finiscono.

E finisce anche il sentiero.

Sempre più in alto

Da quel momento bisogna scegliere il terreno migliore e cercare, quando possibile, le pendenze meno ripide.

A un certo punto sono costretti a salire a quattro zampe.

Dumas si gira.

Sotto di lui vede il pendio precipitare verso il mare.

Soffre di vertigini e domanda immediatamente alle guide come faranno a scendere da quella stessa parte.

Le guide lo tranquillizzano.

Al ritorno prenderanno un’altra strada.

Poco dopo arrivano davanti a un passaggio ancora peggiore.

Una cresta stretta.

Da una parte il cratere.

Dall’altra una discesa ripidissima verso il mare.

Persino Jadin, che Dumas descrive come capace normalmente di arrampicarsi «come un camoscio», si ferma e domanda se esista un’altra strada.

Non esiste.

Devono passare da lì.

La cenere arriva quasi alle ginocchia e, proprio perché morbida, permette ai piedi di trovare un minimo di appoggio.

Con l’aiuto delle guide e dei marinai riescono ad attraversare.

Milord è rimasto indietro.

Non per paura del precipizio.

Ha poggiato una zampa sulla cenere e ha scoperto che è calda.

Alla fine prende la rincorsa e attraversa tutto di corsa.

Davanti al cratere

Dopo altri dieci minuti arrivano su una piattaforma dalla quale possono finalmente vedere l’attività del vulcano dall’alto.

Dumas descrive il cratere come un grande imbuto.

Osserva il fumo.

Ascolta il rumore che arriva dall’interno della montagna.

Poi arriva l’esplosione.

Pietre, cenere e materiale vulcanico vengono proiettati verso l’alto e ricadono nuovamente nel cratere.

La montagna sembra fermarsi.

Poi ricomincia.

Dumas rimane a guardare.

Le parole di Dumas

«ce spectacle est superbe et effrayant»

«questo spettacolo è superbo e spaventoso.»

Sente il terreno fremere sotto i piedi.

Poi un’altra esplosione.

E un’altra ancora.

Il vento cambia

All’improvviso accade qualcosa.

Il vento gira.

Dumas se ne accorge guardando il fumo.

Fino a quel momento veniva spinto lontano da loro.

Ora torna indietro.

In pochi istanti li avvolge.

Contemporaneamente anche le pietre e il materiale espulso dal vulcano cominciano a ricadere dalla loro parte.

Devono muoversi.

Dumas scrive chiaramente che rischiano di essere soffocati dal fumo oppure colpiti e bruciati dai proiettili vulcanici.

Il gruppo si sposta rapidamente verso una seconda piattaforma, più bassa.

Pietro rimane indietro qualche istante.

Prende un pezzo di materiale ancora caldo.

E con quello si accende la pipa.

Poi raggiunge tranquillamente gli altri.

Milord, ancora una volta, deve essere trattenuto.

Il cane vorrebbe lanciarsi verso il materiale incandescente come faceva, racconta Dumas, quando vedeva fuochi d’artificio.

A venti passi dal cratere

La nuova posizione è ancora più vicina.

Dumas calcola che l’apertura del cratere sia ormai a una ventina di passi.

Da lì riescono a osservare ancora meglio quello che avviene all’interno.

Fumo.

Fiamme.

Rumore.

Esplosioni.

Rimangono sulla montagna per ore.

Quando finalmente Dumas guarda l’ora sono già passate le due del pomeriggio.

È il momento di scendere.

La discesa nella cenere

Le guide dicono che per tornare al paese serviranno soltanto tre quarti d’ora.

Dumas non è molto tranquillo.

Sa bene che scendere può essere più pericoloso che salire.

Dopo circa un quarto d’ora raggiungono un’enorme distesa di cenere che scende verso il mare.

È quella la strada.

Non ci sono molte alternative.

Cominciano a correre verso il basso.

Ma la cenere è stata esposta al sole per ore.

È bollente.

Milord corre davanti a tutti, saltando continuamente.

All’inizio Dumas pensa quasi che il cane sia felice.

Poi capisce.

Milord non sta giocando.

Si sta bruciando.

Jadin lo prende in braccio.

Anche gli uomini sono stremati.

I marinai, che camminano scalzi, hanno le gambe rovinate dalla cenere fino alle ginocchia.

Trovano un masso che offre un poco d’ombra e si fermano.

Una delle guide va a cercare dell’acqua.

Torna con una tazza contenente quasi più sabbia che acqua.

Dumas e Jadin bevono quello che possono.

Milord mangia il fango rimasto sul fondo.

Di nuovo tra le vigne

Ripartono.

Corrono ancora sulla cenere fino a quando il paesaggio cambia improvvisamente.

Ricompaiono le vigne.

Poi melograni e ulivi.

Dumas la descrive quasi come un’oasi dopo quel deserto caldo.

Si sdraiano nell’erba.

Le guide portano grappoli d’uva e fichi d’India.

Anche Milord, assetato, finisce per mangiare frutta.

Poi riprendono il cammino.

Un quarto d’ora dopo sono nuovamente al paese.

Dumas tira le somme della giornata ricordando che sull’Etna aveva rischiato di morire di freddo.

A Stromboli è successo il contrario.

Le parole di Dumas

«nous avions pensé rôtir en descendant du Stromboli»

«avevamo rischiato di arrostire scendendo dallo Stromboli.»

Dumas e Jadin alzano allora una mano verso la montagna e fanno un giuramento:

Stromboli sarà l’ultimo vulcano sul quale saliranno.

I vigneti e i marinai di Stromboli

Prima di lasciare l’isola Dumas aggiunge ancora poche righe.

Ma sono molto interessanti.

Scrive che le due principali attività degli Stromboliani sono la coltivazione della vite e il commercio dell’uva passa.

Aggiunge poi che gli abitanti dell’isola sono anche ottimi marinai.

È la stessa Stromboli che avevamo già incontrato la sera precedente, quando la speronara era stata riconosciuta dalla gente sulla spiaggia perché tornava più volte ogni autunno proprio per caricare la passolina.

Per qualche pagina il vulcano aveva occupato tutto il racconto.

Poi Dumas torna agli uomini.

Alle vigne.

Al mare.

E alla vita di un’isola che, nel 1835, commerciava i propri prodotti e mandava i propri marinai lontano da Stromboli.

L’ultima immagine di Stromboli

Dopo la discesa dal vulcano, Dumas dedica ancora poche righe agli abitanti dell’isola.

E sono righe importanti.

Non parla più del fuoco, delle esplosioni o del cratere.

Parla della vita degli Stromboliani.

Le parole di Dumas

«Outre les métiers de vigneron et de marchand de raisins secs qui sont les deux principales industries de l’île, les Stromboliotes font aussi d’excellens marins.»

«Oltre ai mestieri di vignaiolo e di commerciante d’uva passa, che sono le due principali attività dell’isola, gli Stromboliani sono anche eccellenti marinai.»

È l’ultima immagine che Dumas ci lascia di Stromboli.

Le vigne.

L’uva passa.

E il mare.

Aggiunge poi che, durante l’occupazione inglese della Sicilia, gli Inglesi reclutavano ogni anno nell’arcipelago liparoto tre o quattrocento marinai.

È un dato che merita di essere verificato sulle fonti dell’epoca, ma è significativo che Dumas scelga proprio questa osservazione per chiudere il suo racconto delle Eolie.

Non con il vulcano.

Con gli uomini.

Qui finisce il viaggio alle Eolie

Con queste righe termina“Excursion aux îles Éoliennes”.

Dumas era partito da Palermo su una piccola speronara.

Aveva incontrato Alicudi.

Era sbarcato a Lipari, aveva dormito con i Francescani, bevuto la Malvasia e attraversato le montagne di pomice.

Era entrato nel cratere di Vulcano.

Aveva raggiunto Lisca Bianca e Panarea, comprato quaranta tra aragoste e astici, visto i marinai ballare una tarantella con una ragazza rimasta sulla spiaggia.

Poi era arrivato a Stromboli.

Aveva trascorso una notte davanti al vulcano e il giorno successivo era salito fino al cratere.

Era il 1835.

Sette anni dopo quelle immagini sarebbero arrivate ai lettori francesi.

E quasi due secoli dopo, quelle pagine ci permettono ancora di attraversare le Isole Eolie insieme ad Alexandre Dumas.

Chi era Alexandre Dumas?

Alexandre Dumas nasce nel1802 a Villers-Cotterêts, in Francia.

Suo padre, Thomas-Alexandre Dumas, era stato generale dell’esercito francese. Morì però nel 1806, quando Alexandre aveva appena tre anni, lasciando la famiglia in condizioni economiche difficili. Lo stesso Dumas, nelle sue memorie, ricorderà che alla morte del padre erano rimasti praticamente senza una vera fortuna.CCFr

Dumas cresce quindi lontano dalla ricchezza che il nome della famiglia potrebbe far immaginare.

Da giovane raggiunge Parigi e comincia a costruirsi una carriera con la scrittura. Prima arriva il teatro: nel1829, conHenri III et sa cour, ottiene uno dei suoi primi grandi successi.Catalogo BnF

Quando arriva alle Isole Eolie nel1835, ha trentatré anni. È già uno scrittore conosciuto, ma i romanzi che lo renderanno uno degli autori più letti al mondo devono ancora essere scritti.

I tre moschettieriuscirà nel1844.Il conte di Montecristocomincerà a essere pubblicato nello stesso anno sulJournal des débatse proseguirà fino al 1846.Catalogo BnF

Il Dumas che attraversa le Eolie sulla piccola speronara del capitano Arena è quindi un uomo che sta ancora raccogliendo storie, luoghi, incontri e immagini.

E forse è anche per questo che le sue pagine di viaggio sono così vive.

Una mia suggestione

C’è poi una cosa che mi piace immaginare.

Non possiamo sapere quanto di quei giorni alle Eolie sia rimasto dentro Dumas quando, pochi anni dopo, avrebbe scritto i romanzi che lo hanno reso immortale.

Non esiste, almeno nelle fonti che abbiamo consultato, un documento che permetta di dire che le Eolie abbiano ispirato direttamenteIl conte di Montecristo.

Ma personalmente mi piace pensarlo.

Sono particolarmente legato a quel romanzo e mi piace immaginare che qualcosa di quel Mediterraneo, delle piccole isole incontrate durante il viaggio, delle barche, delle notti trascorse sul mare e soprattutto di quella notte davanti allo Stromboli sia rimasto da qualche parte nella sua memoria.

Dumas scrive che quella fu:

«une des plus curieuses que j’aie passées de ma vie»

«una delle notti più straordinarie che abbia trascorso in vita mia.»

E definisce ciò che aveva davanti:

«terrible et magnifique spectacle»

«un terribile e magnifico spettacolo.»

Qualche anno dopo nascerà Edmond Dantès e nasceràIl conte di Montecristo.

Non possiamo dire che tra le due cose esista un legame.

Ma mi piace immaginare che, in qualche modo, un po’ di quel mare e di quelle isole sia entrato anche nelle storie che Dumas avrebbe scritto dopo.

Fonti

La fonte principale di questo articolo è il racconto dello stessoAlexandre Dumas,Le Capitaine Aréna, pubblicato a Parigi dall’editore Dolin nel 1842, in particolare la sezione«Excursion aux îles Éoliennes», dedicata al viaggio tra Lipari, Vulcano e Stromboli.

Alexandre Dumas,Le Capitaine Aréna, Paris, Dolin, 1842, 2 voll.

Il racconto del viaggio alle Eolie era apparso nello stesso anno anche sulle pagine del quotidiano franceseLa Presse.

Nota sulle immagini

Durante il viaggio Dumas era accompagnato dal pittoreLouis Godefroy Jadin, che lo scrittore racconta più volte intento a disegnare i luoghi visitati. A Lisca Bianca, per esempio, Dumas descrive Jadin mentre sistema la sua camera chiara e si mette a disegnare le isole.

Nel corso delle ricerche per questo articolonon sono riuscito a reperire online, negli archivi digitali consultati, i disegni realizzati da Jadin durante il viaggio alle Isole Eolie.

Per questo ho preferito utilizzare poche immagini storiche, contemporanee o vicine all’epoca del viaggio, evitando ricostruzioni moderne che avrebbero allontanato il lettore dalle parole e dalle impressioni originali di Alexandre Dumas.

Frontespizio di “Le Capitaine Aréna” di Alexandre Dumas, pubblicato a Parigi nel 1842. Nell’opera è contenuto il racconto “Excursion aux îles Éoliennes”, dedicato al suo viaggio alle Isole Eolie del 1835.
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