Ricostruzione artistica dell’eruzione di Stromboli dell’11 settembre 1930, con colonna eruttiva e corrente piroclastica
Ricostruzione artistica dell’eruzione di Stromboli dell’11 settembre 1930, con colonna eruttiva e corrente piroclastica

Il più violento parossismo della storia recente del vulcano

La mattina dell’11 settembre 1930 Stromboli sembrava comportarsi come sempre. Da mesi il vulcano mostrava la sua consueta attività, fatta di esplosioni intermittenti e sbuffi di cenere. Nulla lasciava immaginare che, nel giro di poche ore, l’isola sarebbe stata colpita dal più violento e distruttivo parossismo della sua storia recente.

Due esplosioni violentissime, una nube eruttiva alta diversi chilometri, massi giganteschi lanciati verso Labronzo e Ginostra, correnti piroclastiche dirette verso Piscità e San Bartolo, un maremoto e infine le colate nella Sciara del Fuoco.

Il bilancio riconosciuto dalla maggior parte delle ricostruzioni storiche e scientifiche è di almeno sei morti, circa venti feriti e numerosi edifici distrutti o gravemente danneggiati.

L’eruzione durò meno di un giorno, ma lasciò un segno profondo nella storia dell’isola e contribuì ad accelerare l’emigrazione di molte famiglie strombolane.

Distribuzione dei prodotti vulcanici emessi durante il parossismo dello Stromboli dell’11 settembre 1930. Mappa tratta dallo studio di Alfred Rittmann, 1931.

La giornata ora per ora

Prima delle 8.10: l’attività normale

Durante i mesi precedenti il vulcano non aveva mostrato cambiamenti particolarmente preoccupanti. Anche nelle prime ore dell’11 settembre l’attività appariva quella ordinaria dello Stromboli.

Gli abitanti erano abituati alle esplosioni, ai boati e alla ricaduta occasionale di cenere. Il vulcano faceva parte della loro vita quotidiana e nessuno poteva immaginare quello che stava per accadere.

Ore 8.10-8.11: le prime emissioni di cenere

Intorno alle 8.10 del mattino cominciò una serie di forti emissioni di cenere scura.

La fase durò circa dieci o quindici minuti e provocò una leggera ricaduta sul settore sud-occidentale dell’isola. Poi l’attività sembrò diminuire e tornare alle condizioni precedenti.

Fu una tregua soltanto apparente.

Ore 9.25: i tre “pini” di cenere

Alle 9.25 alcuni osservatori videro innalzarsi sopra il cratere tre colonne di cenere, descritte nelle testimonianze dell’epoca come tre grandi “pini vulcanici”.

Una testimonianza proveniente dagli appunti del Semaforo di Punta Labronzo riferisce:

«Tre pini di cenere si alzano dal vulcano. Altezza stimata 1,5 km.»

Questa fase spiega perché alcune cronache indicarono inizialmente le 9.25 come ora dell’esplosione. Gli studi di Rittmann, Abbruzzese, Imbò e De Fiore collocarono invece il momento culminante poco più tardi.

Ore 9.52: le due esplosioni principali

Alle 9.52 si verificarono due esplosioni violentissime, separate da un intervallo quasi impercettibile.

Il boato fu udito a Lipari, distante circa quaranta chilometri, e raggiunse anche le coste della Calabria. Le esplosioni distrussero parte dei conetti e dell’orlo craterico, proiettando in aria vecchie rocce, cenere, scorie e materiale magmatico incandescente.

La nube eruttiva raggiunse un’altezza di alcuni chilometri: la ricostruzione dell’INGV indica circa quattro chilometri.

La prima parte dell’esplosione scagliò soprattutto materiale appartenente alla struttura del cratere. Subito dopo vennero espulse grandi quantità di scorie e pomici incandescenti.

Per circa quaranta minuti sull’isola ricaddero blocchi, lapilli, cenere e frammenti ancora caldi.

La distruzione del Semaforo di Labronzo

La zona di Punta Labronzo fu investita dalla caduta dei materiali più pesanti.

Alcuni blocchi avevano un volume superiore ai dieci metri cubi. Un masso stimato in circa trenta tonnellate cadde nelle vicinanze del Semaforo di Labronzo, danneggiando gravemente e in larga parte distruggendo l’edificio.

Il personale presente fu costretto a una fuga precipitosa.

Negli appunti storici attribuiti al Semaforo si legge che il capo semaforista e un altro osservatore dovettero scappare a causa della «subitanea ricaduta di enormi massi».

Barche, sentieri e terreni della zona furono colpiti dai proietti vulcanici. Alcuni massi raggiunsero distanze superiori ai due chilometri dal cratere.

I massi sull’abitato di Ginostra

Anche Ginostra fu duramente colpita.

I grandi blocchi espulsi dalle esplosioni precipitarono sul paese, sfondando i tetti e distruggendo diverse abitazioni. La ricostruzione basata sul lavoro di Alfred Rittmann riferisce di quattordici case distrutte.

Due persone rimasero ferite. Furono colpite anche barche, coltivazioni e strutture utilizzate dagli abitanti.

Le fotografie scattate dopo l’eruzione mostrano le pareti delle case ancora in piedi e i tetti completamente aperti dalla caduta dei massi.

Una delle case di Ginostra distrutte dalla caduta dei grandi blocchi vulcanici durante il parossismo dello Stromboli dell’11 settembre 1930. Fotografia tratta da Alfred Rittmann, 1931.

La pioggia di cenere e scorie incandescenti

Dopo le due esplosioni principali, una grande quantità di cenere, lapilli e scorie incandescenti ricadde soprattutto sul settore nord-orientale dell’isola.

Nel paese di Stromboli il deposito raggiunse in alcuni punti uno spessore di circa dieci o dodici centimetri.

La cenere oscurò il cielo. Le scorie ancora calde incendiarono la vegetazione e colpirono vigne, ulivi, canneti e fichi d’India.

Sulle pendici più alte, nella zona delle Chiappe Lisce, il materiale incandescente si accumulò rapidamente formando uno strato che localmente si avvicinava al metro di spessore.

Quel deposito instabile stava per trasformarsi nel fenomeno più pericoloso dell’intera eruzione.

Mappa morfologica di Stromboli pubblicata nel 2026, con i principali valloni, le curve di livello, le aree abitate e i sentieri. La base topografica deriva da rilievi LiDAR effettuati nel 2012. Fonte: Neri et al.,Journal of Geophysical Research: Solid Earth, 2026

Tra le 10.19 e le 10.22: il mare si ritira

Secondo una delle ricostruzioni storiche, tra le 10.19 e le 10.22 si verificò una forte agitazione del mare.

A Punta Lena l’acqua si ritirò dalla costa per circa cento metri e poi tornò verso terra, invadendo la spiaggia per quasi duecento metri. L’onda raggiunse un’altezza massima di poco superiore ai 2,20 metri; gli studi più recenti indicano complessivamente un’altezza compresa tra circa due e due metri e mezzo.

Il fenomeno fu osservato anche nella zona di Ginostra.

L’origine esatta del maremoto non è ancora stata chiarita. Le prime ricostruzioni lo attribuirono allo spostamento d’aria prodotto dalle esplosioni o all’ingresso in mare del materiale vulcanico.

Lo studio scientifico pubblicato nel 2026 ha però calcolato che la quantità di materiale piroclastico arrivata in mare a Vallonazzo probabilmente non era sufficiente, da sola, a generare l’onda principale. Potrebbero quindi essere intervenuti altri fenomeni legati al parossismo.

Edifici danneggiati dalla corrente piroclastica del 1930 e fotografie aeree del 1937 dei valloni di Vallonazzo e San Bartolo. I punti colorati indicano i luoghi nei quali sono stati individuati o ricostruiti i depositi dell’evento. Fonte: Neri et al., 2026,

Ore 10.40 secondo Rittmann: le valanghe incandescenti

Intorno alle 10.40, quando la fase esplosiva principale stava diminuendo, il materiale rovente accumulato sulle ripide pendici delle Chiappe Lisce perse stabilità e cominciò a scivolare verso il basso.

Si formarono almeno due grandi correnti piroclastiche, all’epoca descritte come “valanghe incandescenti”, “valanghe detritiche” o “nuvole ardenti”.

Erano miscele di cenere, gas e frammenti vulcanici ad altissima temperatura, capaci di muoversi velocemente lungo i valloni.

Uno studio del 2014 ha stimato velocità comprese tra 15 e 20 metri al secondo, equivalenti a circa 54-72 chilometri orari, e temperature tra 360 e 700 gradi.

Il fronte della corrente apparve ad alcuni testimoni come una massa quasi liquida, alta otto o dieci metri, avvolta da cenere e vapori.

Rittmann collocò la formazione delle valanghe incandescenti intorno alle 10.40. Altre cronache le descrissero invece pochi istanti dopo le esplosioni delle 9.52. L’orario esatto resta quindi incerto.

Confronto dell’area sorgente della corrente piroclastica sulle Chiappe Lisce: fotografia storica del 1930-1935, fotografia del marzo 2023 e immagini aeree del 1937 e del 2012. Le frecce indicano le possibili cicatrici lasciate dal distacco del materiale sopra Vallonazzo e San Bartolo. Fonte: Neri et al., 2026,

La corrente piroclastica di Vallonazzo-Piscità

La corrente più grande si incanalò nel Vallonazzo, chiamato nelle fonti anche vallone o torrente di Piscità.

Discese lungo il versante, travolse la vegetazione e raggiunse il mare. Nella parte finale seppellì una piccola casa e ne distrusse altre due.

Vigne, ulivi, canneti e fichi d’India furono sradicati, bruciati o piegati a terra. Le fotografie scattate successivamente mostrano un territorio completamente spogliato, con i resti carbonizzati della vegetazione.

Quando arrivò sulla costa, la corrente formò un piccolo promontorio. Il 15 settembre venne misurato un deposito largo circa venti metri e proteso per venticinque metri oltre la precedente linea di costa. Gli abitanti raccontarono che inizialmente era ancora più grande, ma che una parte era già stata erosa dalle onde.

Alcune barche tirate a secco sulla spiaggia presero fuoco. L’acqua, a contatto con il materiale incandescente, si riscaldò per un tratto della costa.

Ricostruzione pubblicata nel 2026 dell’area dalla quale si sarebbe distaccato il materiale piroclastico nel 1930, evidenziata in arancione. In rosso sono indicati i fondovalle di Vallonazzo e San Bartolo; le linee rosa delimitano i diversi bacini di drenaggio. I punti colorati corrispondono ai siti studiati dai ricercatori. Fonte: Neri et al., 2026

La corrente piroclastica di San Bartolo

Un secondo ramo si incanalò nel vallone di San Bartolo.

Le ricostruzioni storiche non concordavano sulla distanza raggiunta. Rittmann ritenne che si fosse fermato nella parte alta del versante, mentre Abbruzzese, Imbò e De Fiore riportarono che la corrente era scesa fino a poche decine o centinaia di metri dalla chiesa e dalle prime case.

La ricerca pubblicata nel 2026, basata su nuovi depositi messi in evidenza dalle alluvioni e su simulazioni numeriche, ha confermato che la corrente percorse il vallone e si arrestò vicino alla chiesa di San Bartolo.

Il volume complessivo delle correnti piroclastiche è stato stimato dal nuovo studio tra 34.000 e 59.000 metri cubi, con un valore medio di circa 46.000 metri cubi.

Rittmann, che lavorò con strumenti e informazioni molto più limitati, aveva proposto una stima di almeno 75.000 metri cubi.

Filmato d’archivio British Pathé pubblicato il 24 novembre 1932. Le immagini documentano un periodo di intensa attività dello Stromboli, ma non il parossismo dell’11 settembre 1930.

Le vittime

La maggior parte delle vittime non fu uccisa dalla lava, ma dalle correnti piroclastiche, dalla cenere rovente, dalle ustioni e dall’asfissia.

Alcuni corpi furono ritrovati semicarbonizzati. Fra le vittime vi furono una madre e la sua bambina, trovate abbracciate.

Una donna che si trovava sopra Labronzo tentò di raggiungere l’abitato. Arrivata al torrente di Piscità, fu investita e trascinata dalla corrente. Il corpo venne recuperato alcuni giorni dopo.

Un marinaio, per sfuggire alla pioggia di materiale incandescente, cercò riparo in una cavità vicino al mare. L’onda lo raggiunse nel punto in cui la corrente piroclastica era entrata in acqua. Rimase gravemente ustionato dall’acqua riscaldata a contatto con il materiale rovente e morì alcune ore dopo.

La maggior parte delle fonti storiche e scientifiche indica almeno sei morti e circa venti feriti, ai quali alcune ricostruzioni aggiungono due feriti a Ginostra.

Una ricostruzione storica locale riporta cinque nomi:

Maria Famularo e la figlia Maria, Giuseppe Tripi, Salvatore Saltalamacchia e Concetta Mirabito.

La documentazione online finora consultata non consente di identificare con la stessa sicurezza il sesto nominativo.

Dalle ore 11: la lava nella Sciara del Fuoco

Dopo le 10.40 l’attività esplosiva diminuì sensibilmente.

Intorno alle 11 cominciò la fase effusiva. Due colate principali e altre più piccole scesero lungo la Sciara del Fuoco. Le colate maggiori raggiunsero il mare, contribuendo a modificare per alcuni metri la linea di costa.

L’emissione di lava proseguì fino alla notte.

L’intera eruzione durò complessivamente circa quindici ore.

Quando l’attività cominciò a diminuire, il paesaggio dell’isola era profondamente cambiato: il Semaforo di Labronzo era devastato, Ginostra aveva numerose case colpite, i valloni di Piscità e San Bartolo erano stati attraversati dalle correnti incandescenti e la costa era stata modificata dall’arrivo dei depositi e delle colate.

I soccorsi dal mare

Durante la notte cominciarono ad arrivare i soccorsi.

Le cronache ricordano l’intervento della torpediniera italiana Giuseppe Sirtori. Particolarmente documentato è anche il ruolo dell’incrociatore statunitense USS Chester, da poco entrato in servizio e in navigazione da Napoli verso Costantinopoli.

La Chester aveva lasciato Napoli alle 18.54 dell’11 settembre.

Alle 21.10 intercettò via radio la notizia dell’eruzione e modificò la propria rotta. A bordo furono preparati medicinali, viveri, tende, coperte e materiali di primo soccorso.

Poco prima delle due del mattino del 12 settembre la nave raggiunse Stromboli e inviò a terra un reparto.

Il resoconto della nave descrive strade coperte da diversi centimetri di cenere e pietre ancora calde. Un ufficiale italiano comunicò un bilancio provvisorio di cinque morti già sepolti, una persona in fin di vita e una dispersa.

Queste informazioni, raccolte mentre l’emergenza era ancora in corso, spiegano perché i primi giornali parlarono alternativamente di cinque, sei o addirittura venti vittime.

La torpediniera Giuseppe Sirtori della Regia Marina, già classificata come cacciatorpediniere, inviata a Stromboli per prestare soccorso alla popolazione dopo il parossismo dell’11 settembre 1930.

Stromboli dopo l’eruzione

Nel 1930 l’isola contava circa novecento abitanti.

L’emigrazione era già iniziata da tempo, provocata dalla crisi dell’agricoltura, della viticoltura e della marineria tradizionale. Le navi a vapore e la ferrovia tra Reggio Calabria e Napoli avevano ridotto il ruolo dei velieri strombolani nei traffici del Tirreno.

L’eruzione e il maremoto non furono quindi l’unica causa dello spopolamento, ma aggravarono una situazione economica e sociale già difficile.

Molte altre famiglie decisero di lasciare Stromboli e raggiungere gli Stati Uniti, l’Argentina e l’Australia, dove ancora oggi esistono importanti comunità di origine eoliana.

L’11 settembre 1930 rappresenta perciò uno spartiacque non soltanto nella storia del vulcano, ma anche nella storia della comunità strombolana.

La memoria come forma di protezione

A distanza di quasi un secolo, gli studiosi continuano a esaminare i depositi lasciati da quella giornata.

Le fotografie scattate nei giorni successivi, le testimonianze degli abitanti, i rapporti del Semaforo di Labronzo e gli studi di Alfred Rittmann e Domenico Abbruzzese permettono di ricostruire con sempre maggiore precisione il comportamento del vulcano.

Ricordare le vittime e raccontare ciò che accadde non è quindi soltanto un esercizio di memoria perchè su un’isola vulcanica, conoscere il passato significa anche comprendere meglio il presente e prepararsi al futuro.

Fonti scientifiche e istituzionali

Fonti storiche fondamentali

Memoria locale, fotografie e stampa dell’epoca

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