
Un mondo quasi scomparso, conservato nelle straordinarie immagini di “Bianche Eolie” della Panaria Film
Al largo di Panarea, nel 1947, una piccola barca procede lentamente sul mare. A bordo non ci sono uomini: l’equipaggio è formato interamente da donne.
Remano, governano l’imbarcazione, calano le nasse e le recuperano con gesti precisi, ripetuti migliaia di volte. Non stanno rappresentando una parte e non sono state vestite per una ricostruzione cinematografica. Quelle immagini mostrano il loro vero lavoro e una realtà che, per molto tempo, è rimasta quasi completamente esclusa dalla storia ufficiale delle Isole Eolie.
Il filmato proviene da “Bianche Eolie”, cortometraggio documentario realizzato nel 1947 dalla Panaria Film insieme alle Edizioni Fortuna. La pellicola dura circa dodici minuti, è girata in bianco e nero su 35 millimetri e porta la firma di Pietro Moncada, Renzo Avanzo e Quintino di Napoli, con la fotografia di Fosco Maraini e il montaggio di Carlo Alberto Chiesa.
Oggi quelle poche sequenze possiedono un valore immenso. Non documentano soltanto un antico sistema di pesca, ma ci permettono di entrare nella vita quotidiana delle donne eoliane quando le isole erano ancora povere, isolate e lontanissime dall’immagine turistica con cui vengono conosciute nel mondo.






Le donne eoliane andavano a mare già prima dell’emigrazione
Per molto tempo si è raccontato che le donne delle Eolie cominciarono a pescare soltanto quando gli uomini emigrarono. È una spiegazione semplice, ma non corretta.
Durante le grandi stagioni dell’emigrazione molte donne continuarono certamente a uscire in mare perché i mariti, i fratelli e i figli erano partiti. La loro responsabilità aumentò e sulle loro spalle ricadde una parte ancora maggiore della sopravvivenza familiare. Ma la presenza femminile sulle barche era molto più antica.
Le donne eoliane andavano a mare già molto prima che l’emigrazione svuotasse progressivamente le isole.
Le donne delle Eolie andavano a mare da sempre
L’antropologa Macrina Marilena Maffei, autrice del libro “Donne di mare. Le pescatrici delle Isole Eolie”, ha ricostruito questa storia attraverso testimonianze orali e documenti scritti. Le sue ricerche dimostrano che le pescatrici erano presenti nell’arcipelago almeno dall’Ottocento e probabilmente da molto prima.
Una delle testimonianze più sorprendenti risale al 1826. Durante il suo viaggio alle Eolie, Alexis de Tocqueville descrisse nel mare di Stromboli un’imbarcazione condotta a remi da tre diverse generazioni di donne.
Alla fine dell’Ottocento anche l’arciduca Luigi Salvatore d’Austria osservò e descrisse le pescatrici eoliane. Nei suoi otto volumi dedicati all’arcipelago, pubblicati a Praga tra il 1893 e il 1896, annotò che in diverse isole le donne uscivano in mare da sole. Segnalò inoltre una particolare manovra compiuta dalle pescatrici di Salina e Stromboli, che conducevano le barche verso terra con la poppa in avanti.
Nello stesso periodo la loro presenza fu osservata anche dal botanico Michele Lojacono Pojero, arrivato alle Eolie per studiarne la vegetazione.
Questi documenti cancellano ogni dubbio: la pesca femminile non nacque come conseguenza dell’emigrazione maschile. Era già parte dell’economia, della cultura e della vita quotidiana delle comunità isolane. Durante l’emigrazione, le donne non cominciarono ad andare a mare: continuarono a farlo, spesso in condizioni ancora più difficili. La ricostruzione storica è confermata nell’intervista di Treccani a Macrina Marilena Maffei.
Nasse, reti e rotte tra le isole
Nel filmato diBianche Eoliesi distingue una grande nassa a bordo della barca condotta dalle pescatrici di Panarea. È uno degli strumenti più antichi della pesca eoliana, ma non era l’unico. Le testimonianze raccolte dall’antropologa Macrina Marilena Maffei nel libroDonne di mare. Le pescatrici delle Isole Eolieraccontano un lavoro più vasto: quelle donne pescavano di giorno e di notte, varavano le barche, tiravano le reti e salpavano le nasse.
Le nasse erano trappole intrecciate a mano, spesso con materiali vegetali disponibili nelle isole. La loro costruzione era già parte del mestiere: occorrevano tempo, precisione e mani esperte per dare alla struttura la forma adatta e realizzare l’apertura attraverso la quale il pesce entrava senza riuscire facilmente a uscire. Una volta pronte, venivano caricate sulla barca, portate nei luoghi di pesca, calate sul fondale e recuperate in seguito.
Accanto alle nasse si utilizzavano anche le reti. Cambiava lo strumento, ma non il rapporto con il mare: prepararle, calarle nel punto scelto, recuperarle e ripararle faceva parte di un sapere acquisito con gli anni e tramandato nelle famiglie. Per questo non sarebbe corretto limitare la pesca femminile eoliana all’impiego delle sole nasse: le ricerche di Maffei documentano l’uso di tecniche differenti, adattate alle stagioni, ai fondali e al tipo di pescato.
Era un lavoro che richiedeva esperienza, resistenza e una forza costruita giorno dopo giorno.
Remare per ore, sollevare una nassa appesantita dall’acqua, recuperare una rete carica, governare l’imbarcazione e trascinarla sulla spiaggia erano gesti abituali. In molte località delle Eolie, prive di porti sicuri e di approdi attrezzati, ogni giornata di pesca cominciava spingendo la barca verso il mare e terminava tirandola nuovamente a secco.
Ma il mare non rappresentava soltanto il luogo dal quale ricavare il pescato. Era anche la strada che univa comunità separate dall’acqua. Le donne si spostavano da un’isola all’altra per vendere ciò che avevano pescato oppure per barattarlo con legumi e altri alimenti difficili da trovare nelle isole più piccole. La pesca continuava così oltre il momento della cattura e diventava commercio, scambio e sostentamento per l’intera famiglia.
Secondo le testimonianze raccolte da Maffei, alcuni viaggi potevano spingersi fino a Milazzo, Messina e Palermo. Nelle traversate più lunghe era presente anche un uomo, indicato come “il capitano”, ma la fatica del viaggio e il trasporto delle merci continuavano a gravare soprattutto sulle donne, che remavano e si occupavano dei prodotti da vendere o barattare. Erano rotte di lavoro, percorse per necessità, sulle quali viaggiava una parte importante della povera economia delle Eolie.

Le nasse di giunco: un sapere costruito a mano
Le nasse non erano soltanto strumenti per pescare, ma veri manufatti dell’artigianato marinaro. Venivano costruite a mano intrecciando il giunco, una pianta resistente e flessibile che cresceva spontaneamente in Sicilia e che era particolarmente abbondante anche sull’isola di Vulcano.
Il sito istituzionale del Comune di Lipari segnala ancora oggi, nell’istmo sabbioso tra Vulcano e Vulcanello, una vegetazione caratterizzata dall’abbondante presenza del giunco pungente, ilJuncus acutus. Questa pianta rappresentava una risorsa naturale preziosa per le comunità isolane, che sapevano trasformare ciò che cresceva sul territorio in oggetti necessari alla vita quotidiana e al lavoro sul mare.
La costruzione di una nassa richiedeva grande esperienza e una conoscenza precisa del giunco. Il giunco veniva raccolto, essiccato al sole, conservato in mazzi e successivamente inumidito per renderlo nuovamente flessibile.
La nassa aveva generalmente una forma simile a una campana e presentava, nella parte inferiore, un ingresso a imbuto.
All’interno veniva sistemata un’esca. Il pesce o il crostaceo riusciva a entrare attraverso la piccola apertura, ma la conformazione dell’imbuto gli rendeva molto difficile trovare la via d’uscita.
Le nasse potevano essere legate a coppie, appesantite per raggiungere il fondale e segnalate in superficie attraverso sugheri o altri galleggianti. Venivano calate spesso verso il tramonto e recuperate prima dell’alba. La loro posizione non era casuale: bisognava conoscere i fondali, le correnti e i luoghi frequentati dalle diverse specie.
Queste nasse erano il risultato di ore di lavoro e di una conoscenza tramandata da una generazione all’altra. Prima ancora di essere calate in acqua, passavano attraverso le mani esperte di chi sapeva scegliere, piegare e intrecciare il giunco fino a trasformarlo in uno strumento di pesca resistente ed efficace.

Pescavano durante la gravidanza e portavano i neonati in barca
La pesca non si interrompeva perché una donna era incinta o aveva appena avuto un figlio.
Le testimonianze raccolte nelle Eolie raccontano di donne che continuarono a lavorare fino agli ultimi giorni della gravidanza. Altre portavano con sé i bambini ancora neonati, perché dovevano allattarli durante le lunghe ore trascorse lontano da casa.
Non si trattava di un’esibizione di coraggio, né di una scelta che oggi dovremmo rappresentare romanticamente. Era necessità.
In un’economia povera e fragile, fermarsi poteva significare perdere il cibo necessario alla famiglia. Il lavoro delle donne seguiva il ritmo delle stagioni, del mare e dei raccolti, non quello di una giornata lavorativa con orari stabiliti.
Quando il mare non permetteva di uscire, le pescatrici lavoravano sulla terra. Seminavano, raccoglievano olive e capperi, curavano piccoli appezzamenti, cercavano erbe e contribuivano a ogni attività necessaria alla casa.
Non esisteva una separazione assoluta tra “il mare degli uomini” e “la terra delle donne”. Le pescatrici eoliane attraversavano entrambi questi mondi e li tenevano insieme.
L’emigrazione e lo svuotamento delle isole
La povertà, la scarsità di lavoro, le crisi agricole e la durezza della vita spinsero migliaia di eoliani a partire. Le destinazioni furono numerose: Stati Uniti, Argentina, Australia, Venezuela e altri Paesi nei quali si formarono importanti comunità eoliane.
L’emigrazione non riguardò soltanto il secondo dopoguerra. Era cominciata molto prima, ma continuò a svuotare le isole per decenni. Intere famiglie partirono; altre rimasero divise. Chi emigrava cercava lavoro e sicurezza, mentre chi restava doveva mantenere le case, coltivare la terra, curare gli anziani e assicurare la sopravvivenza dei bambini.
In questo contesto il lavoro femminile divenne ancora più importante. Ma, ancora una volta, non dobbiamo confondere l’aumento delle responsabilità con la nascita della pesca femminile.
Le donne erano già pescatrici. L’emigrazione rese più visibile e più pesante un ruolo che esisteva da generazioni.
La ritrosia davanti alla macchina da presa
Quando la Panaria Film arrivò a Panarea, le pescatrici non accolsero con entusiasmo la macchina fotografica e la cinepresa.
Francesco Alliata ricordò la loro forte ritrosia a essere riprese da Fosco Maraini. Questo dettaglio è molto importante perché ci aiuta a comprendere il rapporto tra quelle donne e il mondo esterno.
Per loro non c’era nulla di straordinario nel calare una nassa, remare o trascinare una barca. Era il lavoro quotidiano. La macchina da presa trasformava improvvisamente quella normalità in qualcosa da osservare e mostrare altrove.
Probabilmente pesava anche la memoria della povertà. In molte comunità isolane si preferiva non parlare delle pescatrici perché la loro figura veniva associata alla miseria di un’epoca che si desiderava superare. La stessa Maffei ha raccontato che alcuni pescatori erano restii a ricordarle proprio per questa ragione.
Fosco Maraini riuscì comunque a fissare i loro volti e i loro gesti. Quelle immagini sono considerate tra le prime e quasi uniche testimonianze cinematografiche delle donne di mare eoliane.
La Panaria Film e i pionieri del cinema subacqueo
Dietro “Bianche Eolie” c’era una delle avventure più affascinanti del cinema italiano del dopoguerra.
Francesco Alliata di Villafranca, Renzo Avanzo, Quintino di Napoli e Pietro Moncada erano giovani appassionati di mare, fotografia ed esplorazione. Intorno a loro lavorarono figure come Fosco Maraini e Giovanni Mazza.
In un periodo nel quale le riprese subacquee erano ancora tecnicamente difficilissime, modificarono una cinepresa Arriflex da 35 millimetri e costruirono artigianalmente una custodia impermeabile. Non disponevano delle attrezzature subacquee moderne. Molte riprese venivano effettuate in apnea, affidandosi alla capacità fisica degli operatori e a soluzioni inventate appositamente.
Il loro primo documentario, “Cacciatori sottomarini”, fu girato nel 1946 nelle Eolie, allora ancora quasi sconosciute al turismo. Lascheda della Fondazione Ente dello Spettacoloricorda che il film venne realizzato con una macchina da presa appositamente modificata e senza autorespiratori.
Seguirono “Tonnara”, “Bianche Eolie”, “Isole di cenere”, “Tra Scilla e Cariddi” e altri lavori dedicati alla Sicilia, al mare e alle sue comunità.
Questi giovani pionieri non filmarono soltanto paesaggi spettacolari. Conservarono mestieri, tecniche, volti, abitudini e forme di vita che stavano già cambiando. La cinepresa diventò, forse senza che loro potessero prevederne pienamente l’importanza, uno strumento di memoria antropologica.
Lascheda cinematografica ufficiale di “Bianche Eolie”indica il 1947 come anno di produzione, una durata di dodici minuti e la lavorazione in bianco e nero su pellicola 35 millimetri. Il documentario è stato restaurato nel 2006 dal CRICD–Filmoteca Regionale Siciliana, in collaborazione con la Cineteca del Comune di Bologna.
Dalle immagini della Panaria Film a Roberto Rossellini
Il valore di quei documentari supera la storia della Panaria Film.
Attraverso Renzo Avanzo, cugino di Roberto Rossellini, le immagini girate nelle Eolie arrivarono all’attenzione del regista. In particolare, le riprese dedicate ai vulcani e alla vita dell’arcipelago mostrarono un mondo aspro, isolato e potentemente cinematografico.
“Isole di cenere”, anch’esso realizzato nel 1947, raccontava le manifestazioni vulcaniche di Stromboli e Vulcano: fumarole, crateri e attività sottomarina. Lascheda conservata da Cinematografolo descrive come un documentario dedicato ai vulcani ancora attivi delle Eolie.
Quelle immagini contribuirono a far conoscere a Rossellini l’arcipelago e ad alimentare il suo interesse per Stromboli.
Poco dopo il regista avrebbe scelto l’isola come ambientazione di “Stromboli, terra di Dio”, girato nel 1949 e distribuito nel 1950, con Ingrid Bergman.
Il film non utilizzò Stromboli come semplice sfondo. Il vulcano, le case, la pesca, l’isolamento e gli abitanti diventarono parti essenziali della narrazione. Molti isolani parteciparono alle riprese e alcune sequenze conservarono una fortissima impronta documentaria.
Contemporaneamente, la Panaria Film produsse “Vulcano”, diretto da William Dieterle e interpretato da Anna Magnani. Le lavorazioni dei due film, insieme alla vicenda sentimentale tra Rossellini, Bergman e Magnani, attirarono alle Eolie la stampa internazionale. Fu quella che sarebbe passata alla storia come la “guerra dei vulcani”.
In pochi anni le isole passarono dall’essere quasi sconosciute al grande pubblico a occupare le pagine dei giornali di tutto il mondo.
Ma prima di Ingrid Bergman, Anna Magnani e dei riflettori internazionali, la Panaria Film aveva già rivolto il proprio obiettivo verso le persone comuni: pescatori, contadini, cavatori e donne del mare.
Un documento che restituisce alle donne il loro posto nella storia
Le immagini delle pescatrici di Panarea modificano il modo in cui dobbiamo raccontare la storia delle Eolie.
Quelle donne non occupavano un ruolo marginale. Non sostituivano occasionalmente gli uomini e non si limitavano a lavorare sulla terra mentre i pescatori affrontavano il mare.
Conoscevano le rotte, governavano le barche, calavano le nasse, pescavano di giorno e di notte, trasportavano e scambiavano i prodotti. Affrontavano il mare durante la gravidanza e portavano con sé i neonati quando non esisteva altra possibilità.
Il loro lavoro sosteneva le famiglie e contribuiva alla sopravvivenza di intere comunità.
Per molto tempo questa storia è rimasta nascosta, anche perché ricordava una povertà che molti eoliani volevano lasciarsi alle spalle. Oggi, invece, dobbiamo guardarla senza trasformarla né in vergogna né in leggenda.
Non era folclore.
Non era spettacolo.
Non era una parentesi provocata dall’emigrazione.
Era lavoro, conoscenza, necessità e responsabilità.
Il riconoscimento alle ultime pescatrici eoliane
Nel 2017 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana alle ultime quattro pescatrici eoliCon decreto del 22 dicembre 2017, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella conferì l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana a quattro pescatrici eoliane: Immacolata Lo Presti, detta Santina; Nicolina Mirabito, detta Rosina; Rosina Taranto di Alicudi; e un’altra Nicolina Mirabito, nata a Lipari e residente a Bronte. Il riconoscimento arrivò anche grazie alle ricerche e alla segnalazione dell’antropologa Macrina Marilena Maffei.ane: Angela e Rosina Taranto, Francesca Bertè e Maria Puglisi. Un riconoscimento arrivato dopo decenni di silenzio, anche grazie alle ricerche di Macrina Marilena Maffei
Scheda del documentario
Titolo: “Bianche Eolie”
Paese e anno: Italia, 1947
Regia: Pietro Moncada, Renzo Avanzo e Quintino di Napoli
Fotografia: Fosco Maraini
Montaggio: Carlo Alberto Chiesa
Produzione: Panaria Film ed Edizioni Fortuna, Roma
Durata: circa 12 minuti
Formato: 35 millimetri
Colore: bianco e nero
Genere: documentario
Restauro: CRICD–Filmoteca Regionale Siciliana con la collaborazione della Cineteca del Comune di Bologna, 2006
Fonti principali
- Treccani – Intervista a Macrina Marilena Maffei sulle pescatrici delle Eolie
- Cinematografo – Scheda di “Bianche Eolie”
- Cinematografo – Scheda di “Cacciatori sottomarini”
- Cinematografo – Scheda di “Isole di cenere”
- Comune di Lipari – Storia, territorio e vegetazione dell’isola di Vulcano
- Il Giornale di Lipari – “L’album dei ricordi: Le nasse”
- Naxoslegge – Presentazione di “Donne di mare”
- Macrina Marilena Maffei, “Donne di mare. Le pescatrici delle Isole Eolie”, Pungitopo, 2013.
- Francesco Alliata di Villafranca, “Il Mediterraneo era il mio regno”, Neri Pozza, 2015.
- Fondo Panaria; CRICD–Filmoteca Regionale Siciliana; Fondazione Ente dello Spettacolo.

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